A Mamoiada ho incontrato Dioniso.

L’accensione dei fuochi, lo abbiamo già detto altrove, inaugura il Carnevale. Come preannuncio, basti pensare ai balli e ai canti di gioia che vengono fatti attorno a questi lucenti ed altissimi legni ed all’uscita delle prime maschere tradizionali (anche se in passato questa avveniva già verso l’Epifania se non addirittura a Natale). Rimandando l’approfondimento ad un altro post, voglio – in questo – dare solo un primo e piccolo assaggio parlando di quelle per eccellenza, ossia le maschere del carnevale mamoiadino: i Mamuthones e gli Issohadores, legate in modo particolarissimo all’argomento che ora e qui si sta trattando.

I primi vengono annunciati dal suono cupo di campanacci da bue (sa garriga) tenuti insieme da cinghie di cuoio e che cadenzano ogni loro passo (lento e pesante) verso il fuoco. Le spalle sono coperte da pelli di pecora nere sotto le quali si può intravedere solo il velluto marrone degli abiti indossati. Il resto del capo è coperto da un fazzoletto marrone, tipico del vestiario femminile, annodato sotto il mento.

È impossibile scorgere sui loro volti una qualsiasi espressione, celata com’è da spaventose maschere di legno scuro (sa bisera). La tradizione vuole che si utilizzi quello di pero selvatico, ma non mancano anche le lavorazioni fatte con legno di ontano. La maschera dei Mamuthones non è solo la più suggestiva da un punto di vista estetico, ma anche la più ricca di reminescenze arcaiche. Il professor Raffaello Marchi ipotizza l’origine di questa parola nelle primitive lingue del Mediterraneo. In diversi paesi della Sardegna, dice, il maimone è lo spaventapasseri, ma anche una specie di fantoccio o idolo bacchico del Carnevale popolare. I moimus, invece, sarebbero misteriosi abitatori di caverne o, forse, dei geni tutelari.

In gruppi di dodici, in fila per due, senza pronunciare una parola, un bisbiglio o un grido, mantengono una postura ed un andamento severo. Compiono solo qualche balzo ed i loro campanacci risuonano in maniera perfettamente sincronica. Sebbene non lo sembri, si tratta di una vera e propria danza, dove l’incedere stesso è dettato da ritmi e balzi.

Riguardo al nome della maschera indossata (sa bisera) sempre il su citato prof. Marchi rintraccia un’espressione del linguaggio popolare comune a diversi paesi:<<Ti ana fattu a bisera>>, <<Ti ses fattu a bisera>> (ti hanno ridotto/ ti sei ridotto in pessimo stato, fisicamente o moralmente; sei malconcio, sporco, umiliato, canzonato, ferito, sfregiato). Ciò induce a pensare che quella dei Mamuthones sia una maschera tragica e non mostruosa  e che più che paura dovrebbe suscitare pietà. La paura e il terrore, infatti, non sono caratteristiche dell’arte plastica o simbolica della cultura sarda del passato. Al contrario, tutto si è sempre incentrato nella concretezza della realtà. L’assenza stessa dell’elaborazione metafisica di un sopra/inframondo celeste e infernale ha scandito le azioni della popolazione basandole nel “fare reale e concreto”di tutti i giorni. In questa realtà si può scorgere una certa dualità: da una parte la vita serena e produttiva (celebrata e pianta in certi canti funebri); dall’altra quella fatta di affanni e problemi a cui si può far fronte solo con la resistenza e la lotta, dunque con la fatica. É propria questa fatica che ritroviamo incisa nelle maschere di legno dei Mammutones: nell’accentuata contrazione delle sopracciglia e nella smorfia della bocca. Se è possibile scorgervi terrore, è bene ricordare che non si tratta del terrore negli dèi, ma in quello che provano gli uomini di fronte alla nuda realtà di una terra non molto feconda e facilmente raggiungibile da invasori e razziatori.

mamuthone

campanacci

 

Compagni dei Mamuthones, sono gli Issohadores, figure meno tenebrose e terrificanti. Oltre al giubbetto rosso e ai calzoni di tela bianca che indossano, è interessante osservare  la fune di giunco (sa soha, da qui il loro nome) che tengono stretta nella mano e la maschera bianca che nasconde completamente il loro volto. Oggi come oggi, la soha è di giunco per il solo uso carnevalesco, ma anticamente era fatta di cuoio pesante perché serviva per prendere al laccio uomini e grosse bestie. Il loro movimento è più animato e interagiscono maggiormente con il “pubblico”. Infatti l’Issohador,  dopo aver fatto volteggiare la soha un po’ di volte, la lancia verso i presenti e colui o colei che si ritroverà imbrigliato/a da essa avrà ricevuto un buonissimo auspicio. Se ad essere catturata è una “preda” femminile, ciò rappresenterà un ottimo segno per la fertilità e il buon raccolto della futura primavera.

issohador ­

Continueremo a vedere Mamuthones ed Issohadores in giro per le piazze, le strade e i vicoli fino a quando non avranno scacciato del tutto l’inverno. Secondo alcuni, l’aspetto terribile dei primi è infatti  capace di propiziare l’arrivo della primavera, della fertilità e, dunque, della vita. Altri interpretatori hanno letto nella “sfilata” la rappresentazione del geronticidio, simbolica o pratica che sia stata. Certamente, riguardo al primo aspetto possiamo rintracciare nelle fattezze del vecchio, quelle della sterile stagione invernale; questo spiegherebbe perché, secondo alcune fonti, la funzione dei  Mamuthones sia proprio quella di propiziare l’arrivo della primavera (giovane e feconda). Sempre negli anni ’50, a vestire i panni dei Mamuthones erano quasi tutti uomini anziani, mentre quelli degli Issohadores erano calzati da giovani. Dovremmo vedere, attualmente, quanto questa tradizione permanga e quanto ancora i costumi siano riservati all’una o all’altra generazione.

Altresì, si pensa che l’origine sia da ricercare non solo in antichissimi rituali di fertilità o nei cosiddetti culti dionisiaci, ma anche nella tradizione degli uomini imbovati se non addirittura nella rievocazione di vittorie su antichi nemici.

Tra le varie altre interpretazioni date a queste due figure, il netto contrasto tra i colori indossati porta a pensare alla celebrazione storica della vittoria dei pastori di Barbagia (rappresentati dagli Issohadores) sugli invasori saraceni (rappresentati, a loro volta, dai Mamuthones). La processione, dunque, rievocherebbe la cattura di questi ultimi e la loro “sfilata” in corteo ne sarebbe la dimostrazione pubblica. Quest’interpretazione, però, risulterebbe in netto contrasto col fatto che, a volte, la veste indossata dagli Issohadores venga chiamata best ‘ e turcu (vestito da turco).

Cerchiamo di riflettere maggiormente e vediamo più nel dettaglio lo schema di posizione del loro passo danzato :

schema passo danza 

L’ordinamento sembrerebbe di tipo militaresco. Possiamo individuare le funzioni di avanguardia, retroguardia, fiancheggiamento e protezione mobile che hanno gli Issohadores, ma il prof. Marchi esclude la possibilità che possa trattarsi della miniatura di un esercito sardo. Sceglie, invece, la supposizione che si tratti, invece, della cerimonia commemorativa di un qualche avvenimento storico locale, probabilmente legato alle invasioni musulmane. Dall’epoca bizantina in poi, però, furono i sardi a vantare vittorie sugli islamici, quindi si tornerebbe alla teoria secondo la quale i Mamuthones rappresenterebbero gli invasori mori vinti e gli Issohadores i sardi vincenti. Inevitabilmente, ritorna anche il dubbio del perché indossino gli abiti del perdente; forse per un’appropriazione simbolica del vinto? Ciò che è palese ed indubbio è che, in questo schema, i Mamuthones sono posizionati e procedono oppressi come schiavi in catene. Personalmente, penso si tratti più che altro di prigionieri animaleschi, buoi ammansiti per l’appunto, dove le posizioni di estrema difesa ed accerchiamento servono proprio per non farli scappare e disperdere. Posizioni di contenimento, dunque.

Se, invece, leggiamo il tutto come processione rituale possiamo immaginare i Mamuthones come uomini imbovati, ossia “mascherati” da buoi, o come segno di venerazione per qualche antichissimo nume agricolo e pastorale, oppure sotto forma di magia simpatica atta a favorire la prosperità della mandria stessa. Si parla anche di rito totemico ed il bue, in questo caso, potrebbe rappresentare – per l’appunto – l’animale totem di qualche gruppo antico di abitanti dediti alla pastorizia. Tutto questo spiegherebbe perché anche altrove appaiano maschere con nomi e significati molto simili tra loro: i betones (figure bovine), carataos e battileddos (sempre bovini), merdules (che può significare sia buoi sporchi, sia uomini sporcaccioni) e, infine, i bumbones (ubriaconi, “imbovati” anch’essi). Tutte queste maschere, a differenza dei Mamuthones, portano corna di bue legate sulla fronte. Similmente ai primi, però, hanno la caratteristica di essere maschere tragiche perché impersonificano un lutto: vanno per le strade urlando e muggendo, cantando attìtìdos (nenie funebri) intorno al maimone bacchico che, come descrive sempre il prof. Marchi, sembra al tempo stesso , un morto che piange, un idolo che si va a sotterrare, un nume o un demone esaltato e glorificato. Il verbo “imbovarsi”, infatti, significa proprio questo: identificarsi nell’animale più utile e perciò venerato; immedesimarsi nella madre amata che piange i morti e, contemporaneamente, immergersi nello stato di euforia e delirio.

Il prof. Marchi esclude l’ipotesi che la processione dei buoi ammansiti (o inghirlandati) potesse aver avuto, in un certo periodo arcaico, la finalità del sacrificio e, nel dubbio, a distanza di molti anni dalle sue ricerche, possiamo rivolgerci a quelle pubblicate da Dolores Turchi a seguito di un recentissimo ritrovamento.

I TANTI VOLTI DI DIONISO.

 La studiosa di Tradizioni Popolari Dolores Turchi ha portato avanti la tesi secondo la quale l’origine dei Mamuthones sarebbe quasi ancestrale e legata, solo in un secondo tempo, ai culti dionisiaci diffusisi in tutto il Mediterraneo. Le tracce si ritrovano nell’abbigliamento e nella gestualità degli uomini mascherati, negli strumenti agricoli che li accompagnano ma, soprattutto, in quell’atteggiamento cupo e luttuoso che rievoca la tragedia della morte a cui fa seguito una rinascita simbolica.

Grazie al recente ritrovamento di un testo datato XVIII secolo (Deus ti salvet Maria), veniamo a conoscenza di alcuni aspetti interessantissimi: le maschere portavano sulle spalle non campanacci ma ossi di animali che, agitati, provocavano un suono altrettanto cupo e terrificante. Erano legati con pezzi di intestino fresco e le pelli indossate non erano solo quelle caprine ma anche di volpe e martora. Attorno alla vita, a volte, erano legate delle conchiglie che, scosse, aumentavano il frastuono del già animatissimo corteo. Il volto molto spesso era imbrattato di argilla gialla (colore considerato luttuoso).

Dunque, la tragedia vissuta e rappresentata era quella legata ad una morte, alla fine di un ciclo a cui, però, faceva seguito un nuovo inizio. Esattamente come il susseguirsi ciclico delle stagioni, così anche Dioniso (un dio prima bambino, poi adulto) nasce, cresce, muore e rinasce; esattamente come la vegetazione a cui è strettamente legato. Il dio “venerato” aveva, nella fattispecie, il nome di Dioniso Mainoles, divenuto poi nel tempo Maimone.

La finalità del corteo a lui dedicato non era solo quella di piangere pubblicamente la sua morte ma anche di propiziarne la rinascita: gli ossi degli animali, ad esempio, si credeva potessero rigenerare nuova vita. Al tempo stesso, si chiedeva che accanto al suo ritorno in vita potesse accompagnarsi quella pioggia tanto utile per i futuri raccolti.

Dioniso è, però, anche un dio psicopompo, come attestano alcuni sarcofagi ostiensi e romani. Nel frammento di uno di questi (oggi conservato nel Museo Vaticano) vi è la figura di un giovane che porta sul petto delle corregge incrociate. Dai loro punti di incrocio pendono campanelli in numero dispari (sette o nove) disposti a tre file. Il tutto è inserito in scene che rappresentano pompe dionisiache concepite in forma corale e sembrano auspicare la rinascita che segue alla morte. Descrivendo tali dettagli, Gennaro Pesce sottolinea evidenti associazioni proprio con le maschere del Carnevale sardo.

VINO, CARNE E SANGUE: la passione di Dioniso.

Sempre stando alle fonti ritrovate dalla Turchi, la passione vissuta dal dio prima di morire veniva ripetuta e ripresentata su una vittima umana che, solo pochi attimi prima di essere gettata nel fuoco, era sostituita da un fantoccio spesso chiamato Zorzi (il fecondatore).

Al di là del macabro che possiamo scorgere con i nostri occhi civilizzati e moderni, si trattava di veri e propri riti propiziatori di fertilità, antichissimi e risalenti a quelli legati alla caccia, intesa come prima fonte di sostentamento di una civiltà ancestrale e, comunque, simbolo del dominio dell’uomo sulla natura e il mondo animale. Di conseguenza, le tradizioni carnevalesche che sono giunte ai nostri giorni rappresentano una simbolizzazione della cosiddetta “Caccia Grossa”: rivolta a grossi animali pelosi e cornuti (buoi, capre, cervi, montoni) inseguiti, raggiunti e uccisi da cacciatori che si avvalgono di lacci e bastoni.

In particolare, la Turchi individua una traccia in più nel modo in cui è chiamato il Carnevale. Carrasecare (carre ‘e secare) vuol dire carne viva da smembrare. Carre, a differenza di petza, designa la carne viva, in particolare quella umana. È più che evidente, in ciò, Il rimando all’antico rito dionisiaco del lacerare la carne viva, dilaniare capretti e torelli nati da poco per rendere omaggio al dio nella sua veste di bambino appena sbranato dai Titani.

Come attesta il Licheri, nella rappresentazione della cattura e della morte di Dioniso, la scena è rievocata attraverso la cattura e la morte di una vittima sostitutiva. Quest’ultima veniva stordita col vino e con una certa dose di sostanze tossiche spesso mortali: lua (euforbia) e cicuta. Tutto ciò spiega anche perché  tale vittima, nei carnevali sardi, è scomparsa prima delle altre e perché in alcuni paesi dove il carnevale è stato riesumato, la vittima manca. Le maschere si muovono in una sorta di danza zoppicante che rappresenta lo squilibrio deambulatorio tipico delle feste dionisiache, mentre figure vestite a lutto piangono la morte del dio e con esso la fertilità che viene a mancare. La vittima viene generalmente presentata sottoforma di capro, toro, cervo, cinghiale (tutte ipostasi di Dioniso che sotto questi aspetti si manifestava). Inoltre, ancora durante gli anni ’50, gli uomini che avrebbero danzato con le vesti dei Mamuthones digiunavano, come anche la pratica dei misteri dionisiaci pretendeva.

A Mamoiada, la vittima prendeva il nome di s’urtzu. Quello di Ula Tirso veniva offerto in sacrificio al dio della pioggia. Maimulu (variante di Maimone) è un termine sardo che sta ad indicare, secondo alcuni ricercatori, l’antica divinità fenicia della pioggia. Per la studiosa Dolores Turchi, invece, il termine maimone o mamuthone, come abbiamo già visto, deriverebbe da mainoles (pazzo scatenato), ossia la maniera con la quale in greco veniva chiamato Dioniso, mentre le Menadi, sue seguaci, erano chiamate Mainades (pazze). Nella lingua greca maimoon indicava colui che desiderava essere posseduto dal dio; sempre dalla stessa radice deriva maimasso o maimatto (il violento, il tempestoso) termini usati da Plutarco per identificare Giove Pluvio, nella mitologia greca spesso identificato con Dionisio. Con il tempo, tale sacrificio (umano o animale) è stato sostituito da un fantoccio, come vedremo a breve.

Ad Orgosolo, ancora negli anni 30, la passione era simulata solo in parte e il Maimone veniva punto per rito propiziatorio perché la terra, per produrre, ha bisogno di sacrificio e dunque di sangue. A Lula, in particolare, si sono conservati gli aspetti più arcaici e crudi nella figura di Su Battileddu. Questa “maschera” indossa una pelle di animale, lo stomaco di caprone rivoltato e adorna la testa con corna di bue, capra, o montone. Il volto è annerito dalla fuligine e cosparso di macchie rosse atte a simulare il sangue. Si muove come un pazzo, proferendo sconcezze e frasi senza senso. Si cerca di tenerlo legato, mentre i presenti lo pungono fino a quando non stramazza a terra ormai morto. Si tenta, allora, di rianimarlo con un bicchiere di vino e qualche buona parola. Battile, in lingua sarda, significa una cosa inutile, priva di valore e, se rivolto a una persona, indica un buono a nulla, un folle. Secondo la Turchi, invece, battileddu significherebbe, letteralmente, “ricco di messi”. Dunque, un folle capace, attraverso il sacrificio della propria carne, di rendere fertili i campi.

CONCLUSIONI.

Dioniso era una divinità traco-frigia, entrata tardi nella Grecia classica, ma ben conosciuto nel mondo cretese-miceneo. In Sardegna penetrò in tempi lontani, probabilmente attraverso i Micenei, intorno al XIII-XIV secolo a.C. Quanto sia stata forte la loro penetrazione all’interno dell’isola lo dimostrano i numerosi templi a megaron che negli ultimi decenni sono venuti alla luce. C’è da credere pertanto che una forma di religione dionisiaca cretese-micenea (si pensi al culto della bipenne in Sardegna) sia penetrata in tempi antichissimi, non mediata dalla religione romana dove il culto dionisiaco era conosciuto nella cosiddetta forma bacchica. La forma tragica e cruenta del culto dionisiaco superstite in Sardegna pare non sia stata sfiorata dalla religione orfica che lo aveva reso più mite in altre regioni, e questo ne denota l’antichità. Nella nostra isola penetrò sicuramente in tempi assai lontani, nella forma più primitiva e selvaggia e tale si mantenne per decine di secoli proprio perché era legato alle annate agrarie e allo spettro della siccità che bisognava esorcizzare ripetendo il rito del Maimone.

A seguito delle ricerche svolte e delle tantissime testimonianze (scritte e orali), rimane più che chiaro il fatto che parlare semplicemente di “carnevalata” sarebbe sminuire quella che non è nemmeno una processione quanto, piuttosto, una cerimonia solenne.

FONTI:

 MARCHI, Raffaello, “Le maschere Barbaricine”, Il Ponte, numero speciale “Sardegna”, anno VII, n°9-10, Settembre/Ottobre, 1951, pp. 1354-1361.

PESCE, Gennaro, Sarcofagi romani di Sardegna, l’Erma, Roma, 1957.

TURCHI, Dolores, Maschere, miti e feste della Sardegna, Newton Compton, 2011.

Mamoiada.org

Sardegna Cultura

Esperienza personale.

Annunci

4 comments

    1. Nessun fastidio, Lucio. Anzi, grazie mille per averlo apprezzato e complimenti anche al tuo blog. Sono sempre molto felice nell’incontrare persone che approcciano all’argomento con serietà, competenza ed umiltà 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...