Fuoco, danza con me.

TRACCE DI PAGANESIMO NEI FOGONES DI SARDEGNA.

capro mamuthone

… e sentirai l’eco di antichi riti

emergere dal crepitare dei fuochi,

dai suoni cupi dei campanacci,

dai canti…

 

Nella notte a cavallo tra il 16 e il 17 Gennaio (giorno di Sant’Antonio) in moltissimi paesi della Sardegna la notte è illuminata da grandi fuochi. É l’inizio del Carnevale tradizionale: le maschere fanno la loro prima comparsa e intorno ai fuochi si canta e si balla. Sono proprio questi fuochi a segnare l’entrata nel periodo carnevalesco, assieme alla presenza del santo in lotta con diavoli e fiamme infernali. Sant’Antonio ,infatti, è il santo del fuoco e non vi è paese della Sardegna in cui non venga celebrato.  Si tratta,ancora oggi, di una festa enormemente sentita e sopravvissuta nel tempo, sebbene con delle modifiche sparse qua e là. Anche San Sebastiano è una figura molto venerata, tanto che il 20 gennaio in suo onore vengono accesi altri fuochi.

Una leggenda lo raffigura e lo tramanda come un nuovo Prometeo della tradizione cristiana. Si narra, infatti,  che quando l’uomo non conosceva ancora il fuoco, Sant’Antonio discese negli inferi per rubarlo ai diavoli. Nascostolo nel suo bastone cavo, ritornò sulla terra e lo elargì a scintille sulla terra di Sardegna, investita allora da temperature glaciali. Sant’Antonio ‘e su fogu (da allora così è chiamato) è, però, molto di più: è anche un potente taumaturgo in grado di guarire terribili malattie di uomini e animali, fra le quali il cosiddetto “fuoco di sant’Antonio”. Non meraviglia dunque la devozione che gli portano moltissimi paesi del Mediterraneo con terreno poco fertile ed un’economia prevalentemente pastorale.

RITI E TRADIZIONI IN GIRO PER L’ISOLA.

Nella provincia di Nuoro (ad Abbasanta, per la precisione)vengono raccolti degli enormi tronchi cavi (sas tuvas) che, una volta eretti, vengono accesi nel piazzale della chiesa intitolata all’omonimo santo. Sas tuvas sono alberi resi cavi dai fulmini e dal tempo, espiantati recidendo le radici, privati di tutti i rami e ridotti al tronco centrale. Nei fori prodotti dai rami amputati vengono inserite fronde di alloro e con questa nuova veste sacrificale, dopo la benedizione, il tronco viene acceso dall’interno. Il fuoco divampa dentro l’albero e le fiamme, con una cascata di scintille, escono attraverso le cavità. I paesi in cui viene utilizzata sa tuva sono quelli dove è più antica la tradizione dei fuochi e pare che sia stato proprio questo tipo di legno ad aver ispirato la leggenda del Santo che diffonde il fuoco sulla terra attraverso il suo bastone cavo.

sas tuvas

Nei paesi della costa orientale della Sardegna, la Festa di Sant’Antonio assume caratteristiche diverse rispetto alle zone dell’interno. I fuochi, infatti, sono alimentati non più da tronchi ma da sas frascas, frasche tipiche della macchia mediterranea (corbezzolo, lentischio e cisto). A Budoni (OT), a bruciare sono le  piante di cisto, ammucchiate fino a formare altissime cataste; mentre a Dorgali e Siniscola (NU) il falò è formato da rosmarino sopra il quale vengono poste delle arance. Altrove (a Sarule, sempre nella provincia di Nuoro) non abbiamo un vero e proprio “palo”; piuttosto un cono capovolto, risultato dell’intreccio forzato di cataste di legna e fascine. In passato, era usanza – presso Laconi – avvolgere dei bastoni di legno con della carta stagnola, agghindarli con nastri colorati e bussare, infine, alle porte delle case.

Un po’ ovunque è solito accompagnare l’accensione con il consumo, in grandi quantità, di cibo (soprattutto fave con lardo) e vino. In provincia di Cagliari (Pabillonis) con le braci del falò vengono arrostiti agnelli e porchetti. Nella città di Nuoro è tradizione mangiare la favata, un piatto molto antico i cui natali, purtroppo, non sono ancora stati individuati dagli storici. Si tratta di un piatto povero, composto da fave secche e dalle parti meno pregiate del maiale. A Sarule, invece, alcune donne con il volto coperto da un fazzoletto nero offrono sos pistiddos (dolci tipici di alcuni paesi della Baronia e legati al culto del Santo)  a tutti gli uomini di nome Antonio. Anche ad Oristano (Ardauli, Samugheo, Sedilo), come avviene la vigilia di Ognissanti, i bambini bussano di casa in casa per ricevere dolci.

L’ANTICO CHE SOPRAVVIVE NELL’ATTUALITÀ.

Il fuoco che viene acceso è un fuoco “buono”, che purifica, anche perché benedetto dal parroco del luogo. Le sue fiamme possono bruciare tutte le cosas malas (le cose cattive) e, dunque, dare nuova forza allo spirito. Chi vi si riunisce attorno lo fa per devozione cristiana o per superstizione. Così, ad esempio ad Orosei, troviamo chi, terminata la “festa”, si preoccupa di raccogliere e conservare le ceneri per futuri utilizzi terapeutici. Altrove, ci si sporca le mani col nero della fuliggine per benagurare un suo prossimo accarezzandogli il viso. Quando capita che il fuoco venga acceso per lo scioglimento di un voto (oppure per ottenere una grazia), i tizzoni vengono conservati come “strumenti” capaci di allontanare la malasorte. A Bosa, invece, attorno ai fogulones si gira per tre volte, credendo che questo possa scongiurare il mal di stomaco.

Un’altra antica usanza, invece, vede protagoniste giovani coppie di fidanzati che, sfidando il fuoco e tenendosi per mano, saltano da un lato all’altro del grande falò per sancire il loro “patto” d’amore, propiziare il loro vincolo sociale o, ancora, favorire il perpetuarsi della vita.

Il legame con gli antichi riti pagani dedicati alle divinità fecondatrici è abbastanza forte. Il fuoco ha potere divinatorio (dal modo, dalla rapidità con cui divampano le fiamme e dall’orientamento che prende il fumo è possibile trarre auspici sul futuro raccolto) e le fiamme quello di bruciare le influenze negative che rendono sterile la terra. La purificazione è per il proprio animo ma, prima di tutto, per favorire la fecondità della terra.

Anche per quanto riguarda il consumo di cibo (in maniera solenne e di festa) può essere ricondotto ad una certa ritualità di matrice pagana. Per ritornare alla favata di cui si è parlato prima, secondo Pitagora e i suoi seguaci le fave erano la porta d’accesso per l’Ade. La macchia nera dei loro fiori bianchi rappresentava la lettera theta, iniziale della parola greca thanatos (morte); il suo stele privo di nodi, invece, una sciolta ed agevole via d’uscita verso il “nostro” mondo per le anime dei defunti sepolti. È probabilmente per questo motivo che la fava secca era un piatto consumato, prevalentemente dagli Etruschi, durante certi banchetti rituali in cui si celebravano gli antenati e/o si cercava intercessione da parte degli dèi.

Nell’immaginario comune del mondo romano, ed è qui che viene affrontato quanto a noi più interessa per il tema trattato, i baccelli aperti rappresentavano i genitali femminili, mentre le fave vere e proprie quelli maschili. Questa visione rimandava sin da subito alla caratteristica di cibo afrodisiaco e, simbolicamente, alla fertilità. Non a caso, durante le feste dedicate alla dea Flora (protettrice della natura in germoglio) veniva gettata sulla folla una cascata di fave come augurio di futura prosperità.

L’ULTIMO FUOCO.

 L’accensione di fuochi perdura per tutto il periodo del Carnevale, fino a sfociare in un vero e proprio rito funebre. Al suo termine (il cosiddetto martedì grasso) il Carnevale viene rappresentato figuratamente con un fantoccio di legno che prende il nome di Juvanne Martis Sero. A quest’ultimo vengono fatti indossare gli abiti tradizionali sardi, mentre maschi di ogni età, impersonificando donne in lutto, lo trasportano in un carretto per le vie del paese. Juvanne, infatti, rappresenta un morente ed è accompagnato da pianti, lamenti funebri e richieste di vino atte a salvarlo. Il vino donato viene conservato in un’unica grande damigiana che si trova sul carro e verrà bevuto dagli uomini solo al calare della notte. Si tenterà di rianimarlo anche con l’estrazione delle budella, ma a nulla questa operazione servirà e Juvanne lascerà definitivamente la terra dei vivi. A Mamoiada, si  ha la cura di mantenere il fantoccio di legno, riponendolo in un luogo sicuro per poi riutilizzarlo l’anno successivo; in altri paesi, invece, viene bruciato.

A Cagliari i festeggiamenti si chiudono con il rogo nel quale viene bruciato Su Rei Canciofàli, il pupazzo di stracci. In Gallura, a Tempio Pausania, per sei giorni, nel Carnasciali Timpiesu, la maschera di Gjolghju Puntogliu (Re Giorgio) viene osannata e onorata fino al giorno del martedì grasso, quando sul finire della giornata il re, non più adulato, viene reso colpevole di tutti i mali, processato e arso sulla pubblica piazza, tramandando così il rito ancestrale del fuoco purificatore che preannuncia la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera.

Il Carnevale assume invece un carattere più irriverente e spontaneo a Ovodda e Olzai (nella Barbagia di Ollolai), dove culmina il Mercoledì della Ceneri, sovrapponendosi dunque alla Quaresima. Qui, i volti di tutti i partecipanti vengono anneriti con fuliggine di sughero bruciato e, alla fine, non ci sono più spettatori ma solo protagonisti: sos Intìntos.

FONTI:

Regione Sardegna

Sardegna Blogosfere

Sardinia Point

Taccuini storici

Esperienza personale.

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