IL SOLE È VITA.

sardegna solstizio inverno

CENNI SUL SOLSTIZIO D’INVERNO IN SARDEGNA.

Fino a non molto tempo fa, passeggiando per le vie di un qualche paese della Sardegna in prossimità delle feste natalizie, si sarebbe udito – più che un “Buon Natale!” – un augurio del tipo: bonas festas, bonas pascas, bonas paschixedda. Già, perché nell’isola esistono almeno tre “pasque”: la Paschixedda (o Pasca de Nadale), appunto per il Natale; la Pasca de is/sos tres res/reis per l’Epifanaia e la Pasca Manna, per il periodo con cui, un po’ ovunque, è conosciuta la Pasqua cristiana. Paschixedda, in particolar modo, è un nome che proviene dal Campidanese e che sta a significare “piccola festa”. Piccola, sì, ma in confronto a cosa? Alla pasca manna, la grande festa, quella che – all’interno del calendario religioso – dovrebbe avere maggiore importanza su tutte le altre. Tale “confusione” (se così ci è permesso chiamarla) indica una reminescenza della dominazione spagnola, in quanto sia in castigliano che in catalano la parola “pasqua” veniva (e viene tuttora) usata per indicare altre festività religiose. In Cile, ad esempio, indica il giorno della nascita di Gesù (il Natale) e il giorno di Pasqua è pertanto indicato come Domingo de Resurrección.

FARE LUCE SU PAROLE E TRADIZIONI.

La parola pasqua rimanda a tutta una terminologia strettamente connessa al concetto di “festa”, tant’è che ne usiamo il senso anche nelle espressioni più comuni e popolari: esser felici come una pasqua, dare una mala pasqua (augurare la cattiva riuscita di una festa).

Leggendo attentamente l’Antico Testamento si può facilmente tracciare lo sviluppo che questa festa ha avuto lungo il corso della storia religiosa ebraica. Concepita inizialmente (si pensa a tempi antichissimi) come una festa primaverile, legata al mondo e alla vita dei pastori, è divenuta – a partire dall’Esodo – un rito commemorativo legato alla liberazione dalla schiavitù d’Egitto.

Prima di questo evento, la si festeggiava all’interno del nucleo familiare, nella notte di plenilunio e in concomitanza con l’equinozio primaverile (periodo, non a caso, chiamato abib, “mese delle spighe”). Al dio veniva offerto un giovane animale (un agnello o un capretto maschio perfetto in ogni sua parte) che, una volta sacrificato, avrebbe attirato le benedizioni divine sull’intero gregge.

Distinta per le origini, di dubbia provenienza se dal mondo agricolo o nomade ma comunque collegata per data alla Pasqua, vi è poi un’altra festa tipica del popolo ebraico: quella degli Azzimi, o rito dei pani non fermentati, spesso compagna dell’offerta delle primizie della messe. Eliminando il lievito ormai vecchio, si attua un vero e proprio rito di purificazione, nonché di rinnovamento annuale. All’uscita dall’Egitto sembra che gli Israeliti abbiano unito questo rito che ben simboleggia la fretta della fuga, sebbene le due feste risultino a volte distinte (Lev 23,5-8; cfr. Esd 6,19-22; 2Cr 35,17), altre volte confuse (Dt 16,1-8; 2Cr 30,1-13).

Dopo l’esodo, la primavera da festeggiare si trasforma, fino a diventare una primavera del tutto nuova: quella, cioè, che coincide con la libertà e il possesso di una terra. Da prettamente familiare e nomade, inoltre, comincia ad assumere una dimensione più centralizzata, poiché il luogo unico ed esclusivo in cui celebrarla diventa il Tempio di Gerusalemme. A partire da questo preciso momento, tutto avviene al suo interno, anche il sacrificio dell’animale, e il popolo è tenuto a festeggiarla non più in maniera privata ma, potremmo dire, “pubblica” e solenne.

In seguito, nel cristianesimo la Pasqua assume il significato di “passaggio dalla morte alla vita”, una vita del tutto “nuova” perché coincidente con una “rinascita”. Ciò che si festeggia, infatti, è la resurrezione, cosa questa che non implica semplicemente il rinascere dopo la morte ma, più che altro, la liberazione da ogni peccato per mezzo del sacrificio. È qui che entra in gioco il termine greco antico patein (παθείν, pàthos) in quanto inerente alla passione: Cristo (agnello di Dio) si immola per l’uomo, liberandolo dal peccato originale e riscattando così la sua natura corrotta. L’Eucarestia, che il cristiano vive ogni domenica, altro non è che una Pasqua rinnovata e che pone le basi proprio sull’ultima cena di Gesù con gli apostoli, dove il suo corpo e il suo sangue hanno anticipato il sacrificio per donarsi agli altri. Nella Pasqua cristiana, il passaggio dalla morte alla vita è rappresentata dal passaggio dai vizi alle virtù e la resurrezione è un passaggio alla vera vita, quella autentica: pulita, giusta, armoniosa, ma che ancora attende la seconda venuta che condurrà alla completezza del tutto. La vita eterna, la resurrezione dopo la morte che attende tutti in un giorno futuro predicato dal Cristo, diviene la nuova Terra Promessa verso cui i credenti camminano ogni giorno della loro vita terrena, umana e mortale. Con la creazione del calendario religioso cristiano, la Pasqua diviene la festa più importante, in quanto strettamente legata anche al battesimo, il “passaggio” per eccellenza.

Nel 325 d.C. il Concilio di Nicea stabilisce che la Pasqua debba venir celebrata la prima domenica dopo la luna piena immediatamente successiva all’equinozio di primavera. Nel 525, si definisce il rigoroso lasso di tempo in cui la festività deve “cadere”: fra il 22 marzo e il 25 aprile. In questo modo, la festa sarà sempre e comunque “fuori” dai rigori invernali per essere pienamente e concretamente un giorno di luce ininterrotta, in cui la luna piena, nell’equinozio, subentra di continuo alla luce del sole a segnalare un giorno senza tramonto, simboleggiando altresì la rinascita del mondo a primavera. Il buio e la sterilità dell’inverno (paragonati al peccato e alla morte) verranno “sconfitti” da una nuova creazione capace di coinvolgere non più solamente l’uomo, ma anche la natura intera.

VECCHIE MADRI PER RINNOVATI FIGLI.

In base a quanto detto sinora, risulta evidente quanto anche il solstizio d’inverno rappresenti l’uscita dal periodo buio dell’anno (inaugurato, secondo il calendario astronomico, più o meno a partire dal mese di Novembre, dove le giornate si fanno indubbiamente più corte) per promettere una luce che andrà, via via, sempre in crescendo e, dunque, anche una futura rinascita (intesa in termini di vita botanica) che si avrà, in tutta la sua completezza, nella primavera a venire.

Il festeggiare la nascita di Colui che porterà liberazione e rinascita è un atto che, come dimostrato un po’ da diversi studi antropologici e storico-religiosi, è andato sovrapponendosi ad altri tipi di festeggiamenti, molto più antichi e sparsi per tutto il continente europeo. È risaputo infatti che, prima dell’avvento del cristianesimo, questo particolare periodo dell’anno veniva accompagnato da determinati festeggiamenti in cui si onorava il “rinascere” del sole e, con lui, l’intero ciclo della natura e della fertilità. Le giornate che cominciano ad allungarsi erano segno che il freddo e la sterilità avrebbero presto cominciato a cedere il passo alla primavera e a tutti i suoi frutti. Gli antichi Egizi festeggiavano la nascita del dio Horus, i Greci quella del dio Dioniso, mentre i Romani celebravano Saturno, il dio dell’agricoltura e, tipico dei festeggiamenti a quest’ultimo, era addirittura lo scambio di doni.

Non è un caso che fuochi e falò da sempre sono stati le caratteristiche simboliche di questa festività, soprattutto nell’Europa del nord dove la luce è minore rispetto al Mediterraneo. Entrambi “incentivavano”, in un certo senso, la rinascita del sole, caratterizzato da un dio-figlio di Madre Terra che, nel suo futuro sviluppo, avrebbe portato abbondanza e prosperità. Già nel Paleolitico, il dio solare comincia a subire la metamorfosi in un dio dalle fattezze umane, in carne ed ossa che nasce, cresce, muore e … rinasce ogni anno e che, altro non è, che il simbolo sacro del ciclo agricolo. Le luci dei fuochi hanno il compito di invocare la luce naturale e la luce della natura (il sole) è l’anima stessa del mondo. Dalla sua “rinascita” dipende tutta la nostra vita e sopravvivenza.

In Sardegna, affianco al concetto della rinascita della luce (e, dunque, della vita stessa), il solstizio d’inverno è legato anche alla simbologia della forza taurina. Questo è quanto gli archeoastronomi (*) da anni stanno tentando di studiare osservando quanto avviene in differenti costruzioni del passato remoto della Sardegna.

Solo per citare alcuni esempi, nel tempio ipogeico di Sant’Andrea Priu (3500 a.C.) il giorno del solstizio d’inverno, verso le ore 15.00, i raggi del sole toccano dapprima l’ingresso del tempio fino, poco alla volta, dirigersi fino all’ultima delle tre stanze interne dove toccano, infine, la “falsa porta” posta in fondo all’ultima parete, custode di tombe antichissime. Più che a “false porte”, altre teorie credono in forcelle rovesciate che rimanderebbero, a loro volta, alla simbologia dei tori capovolti (simbolo della morte). In questo modo, il sole che entra va a colpire proprio questa simbologia con lo scopo “astratto” di ridare vigore ed energia affinché la ripresa della vita sia assicurata. Oltre a ciò, anche un altro aspetto va a dover essere preso in cosiderazione: il sole (elemento maschile) penetra nella domus (elemento femminile che richiama la luna-terra-utero) e, così fecondandola, dà – ogni anno – principio ad una nuova vita.

Nel nuraghe Santa Barbara di Villanova Truschedu, invece, è possibile – durante il medesimo momento astronomico – vedere proiettata, su una parete, la testa di toro.

Gli esempi da citare sono moltissimi ed alcuni non riguardano nemmeno costruzioni di tipo architettonico. Nella marina di San Vero Milis (OR), ad esempio, a “Sa Mesa Longa” abbiamo la testa di un toro scolpita nella roccia che, nel giorno del solstizio d’inverno, si ritrova perfettamente orientata al sole nascente.

toro di luce solstizio inverno sardegna

Foto del GRS (Gruppo Ricerche Sardegna).

Il solstizio d’inverno è, dunque, un archetipo di invocazione alla Grande Madre del mondo: la terra. La rinascita della terra, a sua volta, è strettamente legata agli antichi culti femminili e materni, profondamente connessi alla fertilità e alla gravidanza. Per questo, la festività è connessa alla nascita.

Per concludere, ricollegandoci al termine “pasqua”, cos’è il solstizio d’inverno se non una rinascita, potremmo dire: una resurrezione? Perlomeno come anticipo a quanto avverrà successivamente con l’esplosione della primavera e, dunque, della vita nella sua forma più completa – anche in senso cristiano –.

(*) L’archeoastronomia ricerca e tenta di spiegare il significato e l’orientamento astronomico di alcune costruzioni del passato. In Sardegna si concentra principalmente sullo studio del Pozzo di Santa Cristina, delle Domus de Janas, delle Tombe dei Giganti e del nuraghe Santu Antine. Secondo le loro osservazioni, tali costruzioni avrebbero in comune l’orientamento verso l’alba del solstizio d’inverno.

 

FONTI:  

 Pasqua, in Vocabolario Treccani on line.

Pasqua, in Enciclopedie Treccani on line.

BONNARD Pierre-Émile, “Pasqua”, in LÉON-DUFOUR Xavier (a cura di), Dizionario di Teologia Biblica, Marietti, Casale Monferrato, 1971, pp. 855-862.

Primi Secoli – Il mondo delle origini cristiane, Anno II – n.3 gennaio 1999, Città Nuova.

ZEDDA Silverio, SIFFRIN Pietro, “Pasqua”, in PASCHINI Pio (a cura di), Enciclopedia Cattolica, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, Città del Vaticano, 12 voll., 1948-1954, vol. IX, 1952, pp. 894-901.

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