Autore: Daniela Campus

Freelance Web Content Writer

L’Inquisizione in Sardegna – Il caso Julia Carta –

Non indosso braccialetti viola per il Giorno Pagano della Memoria. Non mi piace. Preferisco fare e condividere informazione.

Quest’anno, vista la lettura appena terminata di un libro di Tomasino Pinna (professore di Storia delle religioni all’Università di Sassari) ho pensato di parlarvi di Julia Carta, la strega più famosa di Sardegna. 

julia carta copertina libro

PINNA, Tomasino, Storia di una strega. L’Inquisizione in Sardegna. Il processo di Julia Carta, Sassari, Edes 2000.

 

Ci troviamo a Siligo (SS). Il suo nome completo era Julia Casu Masia Porcu e la sua vicenda si situa tra il 1596 e il 1606, periodo in cui la Sardegna è sotto la dominazione spagnola, la religione cattolica è (pre)potente e la Controriforma giovane ed energica anche nell’isola, dove si temono le influenze dei riformati attivi della vicina Corsica.

Analfabeta, povera e moglie di un contadino, Julia era una persona umile che dalla terra imparava e rimetteva in circolo gli insegnamenti ricevuti attraverso una tradizione contadina che da secoli continua a trasmettersi oralmente, di madre in figlia. Era una guaritrice che si avvaleva dei “poteri” tellurici e dei benefici delle piante per curare o creare amuleti che aiutassero sé stessa o il prossimo. Grazie al passaggio dei gitani, con essi conversava e scambiava conoscenze in campo anche divinatorio. Non un mestiere il suo, ma semplicemente un’arte appresa dalla nonna per risolvere i piccoli disagi quotidiani; magari da condividere anche con il vicinato, come buona pratica di convivenza che ogni comunità di tutto rispetto dovrebbe avere.

Fu vittima per ben due volte dei processi della Santa Inquisizione: la prima come strega luterana, la seconda come recidiva, accusata di continuare ad esercitare le sue hechizerías anche dentro il carcere che l’aveva sottratta ed allontanata dalla propria comunità. Tra le accuse vi era anche quella di omicidio, ma pare – piuttosto – che avesse tentato di curare una donna in tutti i modi destinata a morire perché ammalata di un male incurabile per l’epoca.

Ma cosa faceva in concreto Julia Carta?

Il professor Pinna ci racconta con nitidezza la sua storia. Julia era una strega perché beneficiava ed elargiva talismani, medicamenti naturali e parole magiche; per di più luterana perché sosteneva che non era necessario dover confessare tutti i peccati. Il rapporto con Dio, diceva, è soprattutto fatto di relazione diretta tra noi e Lui e la comunicazione può avvenire anche personalmente, parlandogli direttamente. Dunque, autoconfessione. Il seguito è quello comune a moltissime altre donne del periodo. Torturata (addirittura mentre era incinta!) confessò le sue colpe, ammettendo addirittura di aver avuto rapporti con il diavolo.

A differenza di molti altri destini, pare che Julia Carta si sia salvata dal rogo. Dopo il 1614, di lei si perdono le tracce e non possiamo (almeno per ora) conoscere il suo destino. Il fatto, però, che non compaia il suo nome nei registri dei “giustiziati” ci fa pensare che abbia scampato la pena capitale. Per quanto riguarda il suolo sardo, infatti, le fonti storiche in nostro possesso ci raccontano di un tribunale abbastanza “mite”, tendente soprattutto a punire con la confisca dei beni, permanenze più o meno lunghe in carcere ed eventuale esilio (temporaneo o perpetuo) dai luoghi di residenza. Dal secondo processo, addirittura, si salva perché le arti oscure di cui è accusata sembrerebbero essere praticate anche da moltissime altre donne del villaggio. È ovvio, è normale. Perché le cosiddette arti oscure altro non sono che medicina popolare naturale e non si può processare tutto un villaggio, anche se una sua parte reclama “giustizia”.

Oltre alla ricostruzione biografica di Julia Carta, il libro di Pinna ci aiuta a riflettere e ri-considerare i villaggi, le comunità entro le quali avvenivano fatti come quello narrato. Nell’esempio di Julia, è proprio la comunità a muovere i fili del suo destino, in quanto padrona e divulgatrice di informazioni al parroco del villaggio, al contempo commissario dell’Inquisizione, Baltassar Serra y Manca. Informazioni e denunce che ci rendono nitido come e quanto facile fosse, a volte, vendicarsi oppure dare conseguenza concreta a sfoghi di personale invidia provata verso qualche nostro simile. Molti, infatti, sono gli esempi, in tutta Europa, del circolo nefando che si metteva in moto all’interno dei meccanismi di denuncia. Bastava un litigio, una semplice invidia o una più malevola competizione per “liberarsi” definitivamente dell’altro/a. Bastava semplicemente denunciarlo/a come eretico o come strega.

Il suo è uno studio che partendo dalla ricerca storica (le fonti sono antichi documenti raccolti a Madrid) approda all’antropologia e, nella fattispecie, all’analisi del simbolismo culturale che permea la comunità a cui Julia appartiene. La sua figura diviene lo specchio stesso del villaggio e la sua storia, mettendo a nudo i sentimenti altrui (ostili o meno), ci dà la chiave giusta per comprendere meglio i labirintici percorsi seguiti dalla Santa Inquisizione.

 

ANNO DOMINI 2012: una nuova condanna.

A distanza di circa mezzo millennio, Julia Carta ha subìto un terzo processo: storico-istituzionale-burocratico.

Dice bene Eugenia Tognotti nel suo articolo Paura dell’innocua strega di Siligo o paura delle donne? pubblicato da “La Nuova Sardegna” il 17 Maggio 2012.

Solo un anno fa, infatti, il Comune di Siligo, guidato dal sindaco Giuseppina Ledda, ha tentato di intitolare una via a Julia Carta. Lo ha fatto per ben due volte, entrambe rifiutate dalla Commissione Toponomastica.

Perché?

Perché Julia Carta era una truffatrice:

[…] un personaggio che ancora oggi potrebbe dare indicazioni sbagliare, rappresentare un cattivo esempio. Non è opportuno dare il nome a una via a chi rappresenta un giro oscuro, a una donna che è stata perseguitata anche per questo, e che non è una martire. Non ci è sembrato un personaggio che avesse un valore morale, per queste motivazioni la risposta è stata negativa.

Queste sono le parole del Presidente della Deputazione di storia patria della Sardegna che, prima di essere una carica, è una donna: Luisa D’Arienzo.

Personalmente, credo sia un ragionamento sterile quello di paragonare agli attuali maguncoli truffaldini il lavoro erboristico che faceva sì Julia ma anche tantissime altre donne del tempo. E’ normale che in ambienti poveri e contadini, dove le cure mediche erano riservate solo a ricchi e signorotti, le donne si occupassero dei parti e della produzione di pomate ed unguenti fai-da-te per cercare di alleviare dolori e malattie propri ed altrui. Quello che si dovrebbe fare, invece, è studiare e rapportarsi con la scena e il contesto con un atteggiamento più aperto, preferibilmente slegato da giudizi. Un lavoro umano, ma anche antropologico per la riscoperta e rivalutazione di quell’immenso mondo sommerso di antiche donne che condividevano e tramandavano conoscenze e capacità nella cura e nell’interpretazione dei sintomi di varie malattie.

Non è una martire? Qualsiasi cittadino/a con spirito civile, ma prima di tutto “umano”, non vorrebbe mai tortura o pena capitale come risposta a colpe commesse (ammettendo che Julia ne avesse avuta qualcuna). Dare rilievo alla storia della Carta ha un forte valore pedagogico che non può essere taciuto. Se vogliamo combattere la violenza e i crimini contro le donne con intelligenza e serietà, non possiamo esimerci dal conoscere anche quelli del passato.

Il Calendario parlante.

Dimmi come pronunci i mesi dell’anno e ti dirò chi sei.

L’identità, che sia di una singola persona o di un’intera collettività, è data dagli intrecci – casuali o voluti – della sua storia personale o, nel secondo caso, colletiva. Con il lavoro di questo mese voglio cercare di rintracciarne un po’ per mezzo della lingua. E, poiché Gennaio è il mese che apre le porte al nuovo anno, ho intenzione di utilizzare il calendario.

Le varianti linguistiche, lungo tutta l’isola, non sono poche; i nomi dei mesi sono leggermente diversi (o nella pronuncia o nella grafia), ma, fatta questa doverosa precisazione, possiamo dire che, nonostante queste varianti, il discorso che porteremo avanti può applicarsi un po’ a tutte.

Cominciamo, prestando attenzione ai nomi con cui il sardo chiama i singoli mesi dell’anno:

GENNÀRGIU (ma anche Gennarxu, Jannarju, Bennalzu, Bennarzu, Ennalzu) per Gennaio;

FRIÀRGIU (Freàrgiu, Friarxu, Frealzu, Frearzu) per Febbraio;

MARTZU (Maltu, Martu/Marthu) per Marzo;

ABRILI (Arbili, Abrile/Aprile) per Aprile;

MAJU per Maggio;

MES’ E LÀMPADAS per Giugno;

MES’ E ARGIOLAS (Orgiolas , Mes’e Trìulas, Trìvulas, Mes’e su Cramu) per il mese di Luglio;

AUSTU/AGUSTU per Agosto;

CABUDANNI (ma anche, nelle sue varianti, Cabidanni e Cabudanne; Appidanni nel dialetto della Mamoiada) per Settembre;

MES’ E LADÀMINI (Santuaine/Santumiale, Santu Gavini) per Ottobre;

ONNIASANTU/DONNIASSANTU (Santandria, Mes’ e de Santu Sadurru, Mese de sos mortos) per Novembre;

MES’ E IDAS (Nadali, Nadabi, Nadale, Mes’ e Paschixedda) per l’ultimo, Dicembre.

 

Trascurate le g che si trasformano o meno in j, in x o in z; le i in a e viceversa; le l in r, le p in b; trascurati anche gli interscambi t/z (tutta materia inerente la cosiddetta Grammatica Storica), voglio soffermarmi su altri tre aspetti che meritano di essere evidenziati e approfonditi.

 1. 

Innanzitutto,  c’è da dire che abbiamo cominciato col trascrivere il calendario sardo in maniera errata.

Infatti, anche in Sardegna, così come avviene in tutte quelle altre zone rurali profondamente legate all’agricoltura, il calendario è associato al ciclo dei lavori nei campi.  Il nuovo anno, pertanto, non ha inizio con il mese di Gennaio, bensì con quello di Settembre – chiamato in quasi tutte le varianti in modo abbastanza simile: Cabudanni, Cabidanni, Cabudanne (dal latino caput anni, inizio dell’anno). Con la fine dell’estate, infatti, abbiamo la raccolta ultima dei prodotti della terra, l’inizio della produzione delle conserve per l’inverno e, nuovamente, la preparazione del terreno per la semina e il ritorno della fioritura in primavera-estate.

Cabudanni, inoltre, come vero e proprio Capodanno agrario, era il mese in cui si “stilavano i contratti”, ossia avvenivano i cosiddetti akordos agricoli, marinari e di guerra. Sembra, infatti, che i sardi non possedessero culturalmente il  concetto di servitù, ma solo di “contratto” da svolgere nel migliore dei modi nei confronti del committente e per poi, una volta scaduto il termine temporale, tornare ad essere nuovamente liberi.

annosardo

Seguendo questo ciclo, ne ritroviamo la logica anche nei mesi di Ottobre, Dicembre e Luglio.

Il mese di Ottobre, nel sud della Sardegna, è chiamato Mes’ e Ladàmini, dove ladàmini altro non è che il concime e, non a caso, tale mese corrisponde proprio al periodo dell’anno agricolo in cui i terreni vengono concimati per la semina che avviene nel successivo mese di Novembre.

Dicembre è chiamato in svariati e differenti modi: Mes’e Idas è quello che, per il momento, ci interessa. Questo nome richiama la denominazione latina delle idi (nome del quindicesimo giorno del mese di marzo, maggio, luglio e ottobre, e il tredicesimo in tutti gli altri). Sebbene questa sia la teoria portata avanti dalla buona maggioranza dei linguisti, si pensa anche che il termine idas possa essere legato alla radice indo-europea idh, dalla quale deriverebbero il termine sanscrito edhas (legna da ardere) e il verbo greco aitho (accendere, ardere, splendere). Anche nella lingua tedesca e gaelica questa radice è alla base di alcuni termini che indicano il fuoco e l’atto del bruciare. Se si accetta per buono questo ragionamento, è probabile che idas indichi proprio l’usanza dell’accensione dei fuochi (o del cosiddetto “ceppo domestico”, ancora presente in molte parti del Mediterraneo, soprattutto in Catalogna col nome di Tío de Nadal) per produrre il calore necessario per sopravvivere al sopraggiungere dell’inverno e, nel senso religioso, per festeggiare la conclusione della parte oscura dell’anno e la rinascita di quella più luminosa (riconducibile al solstizio d’inverno).

Mes’ e Argiolas, Orgiolas, e Mes’ e Trìulas sono i nomi associati al mese di Luglio ed entrambi richiamano i lavori agricoli legati al ciclo del grano: s’argiola è l’aia, mentre il verbo triulai significa trebbiare.

2.

Da quanto appena analizzato, passiamo al secondo aspetto grazie al mese di Ottobre e agli altri due nomi con cui è conosciuto: Santuaine/Santumiale che si riferiscono all’importantissima festa di San Gavino Martire, festeggiata il 25 del mese.

Anche nei nomi con cui è chiamato Novembre abbiamo dei chiarissimi riferimenti alle festività cattoliche, in particolare a quelle che cadono nel mese che le ospita. Come  abbiamo già visto altroveOnniasantu e Donniassantu sono diretti richiami alla festa di Ognissanti, mentre Santandria  si riferisce a quella dell’omonimo santo che cade, ugualmente, alla fine del mese. Conosciuto anche come Mes’ e de Santu Sadurru (altro importante santo celebrato durante questo periodo dell’anno), Novembre è, infine, Mese de sos mortos per la festa dedicata ai morti.

Nadali, Nadabi e Nadale, con cui è chiamato Dicembre, sono dei palesi richiami fonetici al Natale cattolico. Ma c’è di più.

Spostandoci nel  Campidano, questo mese è conosciuto come Mes’ e Paschixedda che, a sua volta, nomina anche la stessa festività natalizia. In lingua sarda, infatti, il Natale è chiamato in due modi:  Pasca de Nadale e Paschixedda.

La parola chiave in comune è pasca (festa); dunque – traducendo – avremmo “Festa di Natale” e “Piccola Festa”, quest’ultima in chiara contrapposizione con la “Grande Festa” (Pasca Manna) che è nient’altro che la Pasqua cristiana che cade in primavera. Siamo di fronte a due rinascite-resurrezioni: una di portata più piccola e un’altra di portata maggiore. Inevitabile, il collegamento con il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera e, ancora, il rimando a quanto su detto circa l’accensione dei fuochi. In particolare, nel mese di Dicembre tre principali santi (Santa Barbara il quattro, San Nicola il sei e Santa Lucia il tredici) hanno in comune l’accesione di un falò, quasi un preannuncio dell’importantissimo falò di Sant’Antonio Abate (Sant’Antoni de su fogu) nel successivo Gennaio.

Infine, anche i mesi estivi di Giugno e Luglio portano nei loro nomi riferimenti a santi e festività. Giugno è il Mes’ e Làmpadas, dove le làmpadas (o làntias) sono le lampade, le lanterne e le luci in generale che venivano accese in occasione di una delle più importanti ricorrenze sarde: la festa di San Giovanni. Luglio, invece, oltre che avere nomi legati al ciclo del grano, è chiamato anche Mes’e su Cramu, con un chiaro richiamo alla festività della Madonna del Carmine.

 3. 

L’ultimo aspetto lo dedichiamo all’analisi dei nomi dei mesi esclusi fino ad ora: Gennaio, Febbraio, Marzo, Aprile, Maggio ed Agosto, i quali hanno mantenuto una chiaro richiamo alla loro derivazione latina.

Analizzando questa derivazione, possiamo notare che è riconducibile alle antiche divinità: Giano per Gennaio (Januarius); Marte, ovviamente per Marzo; Aprul (dea etrusca) per Aprile. Anche Maggio, corrispondente al Majus latino, rispetta la sua antica dedica alla dea madre italica simbolo di prosperità e abbondanza e persino Agosto richiama l’Augustus latino, il mese dedicato all’imperatore Ottaviano Augusto che, com’era uso tra i romani, era uomo e divinità allo stesso tempo.

Una storia lunga almeno un millennio e un’eredità culturale che possono essere lette mensilmente nella maniera in cui vengono chiamati i mesi dell’anno. Questo ci mostra il calendario, ricordandoci i popoli che sono passati per l’isola e i culti che vi hanno trasmesso. Tra tutto questo emerge, come risultato di una filatura ed un’intreccio lunghi secoli e secoli, l’identità stessa degli abitanti dell’isola: sardi, fenici, cartaginesi, piemontesi, pagani, cattolici, agricoltori e pastori.

 

FILASTROCCHE PER RICORDARE IL NOME DEI MESI.

La tradizione orale ci ha trasmessso alcune imbalas (filastrocche) dedicate ai mesi dell’anno. La più famosa è quella intitolata “Sa pintura de sos meses”, diffusa principalmente nel centro Sardegna.

Sant’Andria est a murrunzu / ca at brigadu cun Nadale,
ki no bi keret andare / ca fàket dies minore.
Bennarzu cun sos pastores / brìgat dònnia temporada,
Frearzu iuket in cara / unu cavanile nou,
Martu nde ‘ètat a prou / sos àrbores da-e sa roca,
Abrile bene si pòrtat / ki nos bètat sos lentores,
e da’ Mayu sos frores / Làmpadas e Trìulas trigu,
Austu pàret nimigu / pro sole iscallentadu,
e Capidanni est torradu / cun s’arriu e figumurisca,
ja Santu ‘Aini infrìscat / e ja proet s’Atunzu…
Sant’Andria est a murrunzu.

Vi sono moltissime altre filastrocche il cui tema principale sono i mesi dell’anno, gli auguri per quello nuovo e la ciclicità generale della natura: “Sa cantzoni de is mesis” (conosciuta anche con il titolo di “A sa noa”), solo per citarne un’altra molto famosa e la cui particolarità è quella di comprendere alcuni proverbi che possono essere citati anche singolarmente:

Gennarxu est passau, nì nieddu nì braxu mi nd’at tocau.
Friaxu, su pilloni prenit su scraxu.
Martzu. Ki bisi ki fàciu unda, piga sa scova e munda…
ki non accarraxu su surcu, strexidindi su bruncu.
Abrili, tòrrat lèpori a cuili.
Maju sentz’e soli, nì bagaria sentz’e amori.
A Làmpadas kini no podit messai, spìgat.
Mes’e Argiolas depidori, Austu pagdori.
Cabudanni. In s’àiri is brebeis, àcua fintzas a is peis.
Mes’e Ladàmini. Po santu Simoni dònnia tapu bàndat a su cuponi.
Donniasantu. Po santu Martinu in dònnia carrada est prontu su binu.
Mes’e Idas. Intr’e dias mannas e festas nodias nci acàbanta de passai is cidas.
A Sa Noa! – Deus bòllat!

L’ultima che voglio lasciarvi e “S’imbala de is mesis”, una filastrocca del sud:

Gennàrgiu, mort’e frius / est sètziu peis a fogu
Friàrgiu in dònnia logu / sighit a fai is arrius.
Martzu cun is bentus / Abrili cun is froris
e Maju fait cuntentus / bestiàmini e pastoris.
Làmpadas giai cumèntzat / a si spremi su sudori
e Mes’e Triulas pènsat / a incungiai trigu e lori.
Austu bellu s’infrìscat / a sìndria i a meloni,
e pàpat figumurisca / Cabudanni buddoni.
Ladàmini cun is binennas / est in grandu fatiga
e Donniassantu bùfat / binu nou a crocoriga!
Mes’e Idas cuntentu / adòrat a su Messia,
ma a foras tìrat bentu / proit e fàit titia!

HALLOWEEN IN SARDEGNA: un viaggio tra passato e presente alla scoperta di antice usanze e credenze.

halloween sardegna su mortu mortu

VENERA I MORTI E TEMI I VIVI.

Per il mese di Novembre, vi voglio parlare di un modo per venerare i morti molto radicato in Sardegna, strettamente legato al cibo e, soprattutto, alla produzione e al consumo di dolci. Si tratta di una ricorrenza che ha luogo lungo tutto il periodo di tempo che va dal 31 Ottobre al 2 Novembre. Spesso viene chiamato  il “culto delle anime del Purgatorio”, ma in base alle zone in cui si celebra assume nomi diversi, sebbene la sostanza non cambi. Possiamo incontrarla col nome di Su ‘ene ‘e sas animas, Is Animeddas, Peti arina, Peti cocone e Su Mortu Mortu. Oltre a questo, ogni paese ha le proprie tradizioni: ad esempio, a Bonorva (SS) i bambini passano il 1 Novembre, mentre a Semestene – a soli pochi km di distanza – il 2.

A Bauladu (OR), l’attenzione viene rivolta principalmente alle anime che stanziano ancora nel Purgatorio, quella “terra di mezzo” in cui ancora si è in attesa di giudizio perché continuano a permanere delle colpe, non del tutto ancora espiate, che impediscono alle anime di varcare la soglia del Paradiso. Come ben sappiamo, sono le preghiere dei vivi ad aiutare l’ascesa verso la condizione di beatitudine e, dunque, ogni famiglia si preoccupa, durante questi giorni, di “aiutare” l’anima di qualche loro caro. Il giorno di Ognissanti è un momento particolare: la distanza e il contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti quasi si annulla e, grazie alle preghiere e ai gesti compiuti dai vivi, le anime dei defunti possono ascendere al Paradiso.

Addirittura, sembrerebbe che siano i bambini ad aiutare in questo compito sia i vivi che i morti: chiedendo dolci e frutta secca, offrono in cambio una preghiera per i defunti. La questione è abbastanza complicata, un vero e proprio nodo – grosso e spesso – da sciogliere perché, se da una parte abbiamo testimonianze che ci confermano tutto questo e risalenti a due/tre secoli fa; dall’altra, troviamo villaggi e voci che ricordano che le usanze che sto per descrivervi non avvenivano esclusivamente durante la festività di Ognissanti ma, addirittura, durante il capodanno sardo (corrispondente al mese di Agosto).

Quello che è particolare, però, è il fatto che la preoccupazione trova la propria concretezza nella raccolta di cibo da offrire alle anime. Cibo vero e proprio – più per la carne che per lo spirito – e in alcuni paesi, la sera del 1 Novembre, si usava preparare un’abbondante cena e poi lasciare la tavola apparecchiata e con ancora del cibo per le anime che sarebbero venute a far visita alle loro vecchie abitazioni. La pastasciutta, in particolare, doveva essere fatta a mano: con il pollice e senza l’uso di strumenti di legno, rame o ferro. Era doveroso lasciare sulla tavola la brocca dell’acqua piena fino all’orlo perché, si diceva, i morti che tornano dall’aldilà hanno sempre una gran sete. Non venivano lasciate posate sul tavolo, che potevano essere sconosciute a seconda del tempo in cui le anime avevano vissuto sulla terra. Non si metteva nemmeno il coltello che, pur vantando lontana esistenza, poteva essere un pericolo per tutte quelle anime che, innervosite, avrebbero potuto farne cattivo uso. Un’altra rigida precauzione era quella di non chiudere a chiave porte, cassapanche e cassetti per dare alle anime in visita la possibilità di prendere qualcosa a loro piacimento. Ovviamente – a meno che qualche vivente “burlone” non fosse entrato per mangiarsela – la cena rimaneva intatta e la mattina seguente veniva offerta ai poveri del paese. L’importanza di questo “rito” risiedeva nella credenza che i morti potessero nuocere i vivi se, quell’unica volta dell’anno in cui tornavano per fargli visita, non trovavano l’ospitalità rispettata. Con grande sorpresa, se leggiamo La Marmilla attraverso le sue storie e le sue leggende, di Albertina Piras e Antonio Sanna, veniamo a conoscenza del fatto che la tradizione che vede le anime dei defunti ritornare sulla terra un preciso giorno dell’anno non è legata alla religione cattolica, bensì a quella antichissima dei popoli del Mediterraneo.

In tutti i modi, l’attenzione non si limita solo ai defunti, ma anche a tutti quei viventi che, pur avendo la medesima necessità di mangiare, non possono permetterselo: i poveri. All’inizio del secolo XX, a Bauladu, la sera della vigilia del giorno dei morti, il ricco del paese cucinava della pasta per tutti i poveri. Il primo a ricevere la razione era il più povero di tutti, poi seguivano, discendendo, tutti gli altri disagiati. Anche mia nonna (siamo alla metà del XX secolo, in provincia di Olbia-Tempio) preparava del cibo per darlo alle persone più povere del paese, convinta che, attraverso i vivi bisognosi, avrebbero mangiato anche le anime dei suoi antenati. Durante quei giorni, inoltre, si asteneva dal cucire (perché l’ago è uno strumento pericoloso che può pungere sia i vivi che i morti) e dallo spazzare in terra (punto che ci collega con il mondo sotterraneo dove, per l’appunto, si trovano i morti rivolti a faccia in su).

 

LO SPIEDO NELLA PANCIA: ritratto di Maria Puntaoru.

mariapuntaoru

Tornando a Bauladu , una volta terminata la cena, entrava in scena il sacrestano della parrocchia che, vestito di bianco e con una campanella e uno spiedo in mano, cominciava a passare di casa in casa. Agitando la sua campanella, richiamava l’attenzione  e chiedeva, a tutti coloro che gli avessero aperto, cibo per le anime. Lo spiedo che impugnava, invece, era l’ “arma” atta a combattere l’egoismo e l’avidità di quanti rifiutassero di condividere il proprio cibo con gli altri. Diventava, infatti, lo strumento che simbolicamente, in caso di rifiuto, avrebbe aperto lo stomaco avido per prendere tutto il cibo ingurgitato a cena.

In questo senso, il sagrestano vestiva i panni di Maria Puntaoru (alla lettera “Maria Spiedo”, in quanto  sa punta ‘a oru sarebbe proprio l’attrezzo in ferro con la punta ricurva che serviva per fare l’ orlo alle corbole e ai setacci fatti di giunco o erbe palustri ), una donna bruttissima e perennemente affamata. Di lei si comincia a sapere formalmente qualcosa a partire dei primi anni del ‘900: si narra che era molto povera e che, proprio per questo motivo, era morta di fame sognando un piatto di marraccoisi longusu (spaghetti). Probabilmente, possiamo supporre che è anche per questo motivo che si offriva cibo ai meno abbienti, forse per “scongiurare” il prolificarsi di altre Marie, ma, oltre a questo ragionamento, ci piace pensare che alla base di tutto ci sia, più semplicemente, l’incontaminata propensione alla solidarietà fra abitanti di una stessa comunità.

A Maria Puntaoru, per poter trovare qualcosa da mangiare, doveva essere permesso di entrare nelle case. Queste ultime, dunque, venivano lasciate aperte e le tavole ancora imbandite perché se non avesse trovato ospitalità e accoglienza, con il suo affilato spiedo avrebbe bucato la pancia degli abitanti per cibarsi di quanto avevano mangiato per cena.

mariapuntaoru

Mi fermo a riflettere e, razionalizzando, mi rendo conto che lo spirito non ha bisogno di entrare o uscire con passaggi aperti, perché essendo incorporeo può benissimo passare attraverso muri e porte. Forse, un po’ ingenuamente non ci si pensava, o forse – ancora – era possibile che le case aperte servissero per ampliare la propria solidarietà e permettere a chiunque di trovare sempre un posto ospitale dove poter mangiare o continuare a farlo. Infatti, come abbiamo già visto, non si trattava di raccogliere ed offrire cibo soltanto per le anime dei morti. Il cibo veniva donato anche ai poveri del paese, ma non solo. A partire delle ore dodici del 1 Novembre, e fino al mezzogiorno del giorno successivo, le campane suonavano a morto e gli abitanti potevano andare al campanile per portare da mangiare e da bere ai campanari, oppure mangiare insieme a loro. Si trattava, dunque, anche di una vera e propria condivisione del cibo a livello di “banchetto comune”.

A Solarussa (ancora in provincia di Oristano), erano i bambini a travestirsi da Maria Puntaoru (chiamata, a volte, anche Pintaoru o, altre ancora, scritta in maniera leggermente differente: Punta ‘ a Oru). Con indosso gli abiti delle nonne, bussavano di casa in casa chiedendo monete, frutta secca e dolci. Re-interpretando la storia della vecchia brutta e affamata, in un certo modo, “spaventavano” anche gli abitanti delle case, fingendosi anime affamate e, dunque, vendicative. Non è molta la distanza dal “dolcetto o scherzetto” che attualmente conosciamo tutti molto bene. I dolci che ricevono sono pardule, papassini ( anticamente “dono” offerto solo dalle famiglie più benestanti), il piricchitto (dolce a forma di ossa di morto), caramelle, cioccolatini ma anche frutta fresca (soprattutto le melagrane, simbolo fortemente legato al ciclo di morte-vita-rinascita), frutta secca (castagne, noci, mandorle, fichi secchi) e legumi di vario genere. Nei tempi addietro, la federa del cuscino, trasformata momentaneamente in sacca, poteva essere colma anche di quelli che sono chiamati i “dolci dei poveri” (ziddiãsa e pãi manna).

Il suono delle capane a morto dura per tutta la ricorrenza e non deve essere mai interrotto almeno fino a quando le anime continuano a permanere nel paese. Un’usanza simile, come abbiamo già detto, è presente anche la prima notte d’Agosto che, nell’antico calendario sardo, corrispondeva all’ultimo mese dell’anno. Anche in quell’occasione i veli tra i mondi (terreno e ultraterreno) si assottigliano e le anime dei morti possono tornare sulla terra per far visita ai propri cari. In quell’occasione era sconsigliato cambiare casa o, al suo interno, spostare/modificare l’arredamento per evitare che le anime si disorientassero e, dunque, si infuriassero.

Sebbene, a Bauladu, l’ultimo campanaro sia morto nel 1959 – e pare non sia mai stato succeduto da altri – la sera del 1 Novembre rimane ancora vivo il monito di non mangiare la pasta lunga perché Maria Puntaoru continua a cercarla nella pancia di grandi e piccoli.

 

PAESE CHE VAI …

Nel Logudoro (questa volta mi sono spostata a Nulvi e ho preso da qui le mie fonti), ma anche nel Goceano, la “questua”  di Su Mortu Mortu è, sotto molti aspetti, simile al rituale di sant’Andrea, a sua volta vicino ai “modi di fare” halloweeniani. Un tempo, mi raccontano, le strade non erano illuminate e durante la notte della festa di sant’Andrea, i bambini, riunitisi in gruppo, visitavano le case facendosi luce con candele accese dentro delle zucche intagliate a forma di teschio. Le filatrici (ovvero tutte le donne del paese, perché mansione prettamente femminile, sia dal punto di vista economico che simbolico) dovevano esporre alle proprie finestre le matasse filate, dimostrando così la propria laboriosità. Se qualche donna fosse risultata pigra nel proprio lavoro, i bambini le si rivolgevano con questa filastrocca:

Sant’andria muzzamanu
cantas azzolas a filadu?
Duas o tres?
Sant’andria muzzali manu
sant’andria muzzali pes.

In diversi paesi dell’Ogliastra, invece, durante il periodo che va dalla Vigilia di Ognissanti al 2 Novembre, le zucche, svuotate e con al loro interno delle candele, venivano poste fuori dagli usci. L’usanza è conosciuta sotto il nome di “Conca de Mortu” e spesso queste zucche trovavano una sede anche all’interno dei cimiteri.  Le fonti mi hanno rassicurata del fatto che tutto questo avveniva già molto tempo prima della Seconda Guerra Mondiale, quindi il dubbio che tale usanza sia stata introdotta dagli americani sembra – almeno per il momento – acquietarsi.

Oggigiorno, un po’ ovunque in tutta Italia, i bambini hanno ripreso a passare di casa in casa per chiedere dolci, influenzati dalla moda halloweeniana d’oltreoceano. Sarebbe bello che, soprattutto i bambini sardi, sapessero che questa “passeggiata” tanto piacevole è un’usanza che già gli appartiene da molti, molti secoli e che va solo recuperata dalla proprie radici.

Non è un “prenderla” da altre culture o tradizioni, ma un “ri-prenderla” semplicemente partendo da sé stessi.

FONTI:

DELEDDA, Grazia, Tradizioni popolari di Nuoro, Il Maestrale, Nuoro.

Il Terralbese

Mediterraneanews

PIRAS, Albertina, SANNA, Antonio, La Marmilla attraverso le sue storie e le sue leggende, 2006.

Portale Sardegna

Subarralliccu

Leggere nell’acqua.

alluvione-sardegna-2013

Ho tradito.

Ho tradito senza capire.

Quando quello che vedevo mi pareva l’immagine di qualcosa a cui dovevo per forza accontentarmi.

Lì, precisamente, ho tradito.

Ho tradito anche quando mi sono convinto d’ essere portatore di specialità, come se ostinatamente balzassi dal baratro all’apice di me stesso.

Ho tradito nel momento stesso in cui ho pensato che l’unico modo per difendermi dal senso di inferiorità fosse quello di dichiararmi, a tutti i costi, superiore.

Io ho fatto il turista a casa mia. Certo: nella terra spiaggia, nella terra ciambella, nella terra vacanza.

Adattarsi allo sguardo altrui può diventare una forma di sopravvivenza, ma anche una forma di eutanasia.

Io non c’ero, semplicemente. E quello che c’era non ero io, ma l’immagine di me: taciturno, amico fedelissimo, gran lavoratore, sardo-sardo. Troglodita di lusso, amorevolmente dimesso eppure diffidente, distante, con memoria d’elefante e vellutino … e oggettivamente basso di statura, ma ben fatto. Sardo-sardo.

Ho condotto eserciti di amici continentali in giro per spiagge, sforzandomi di mettergli a disposizione quanto di meglio possedessi. Ho fatto il tour operator di me stesso. Mi sono guardato ballare anziché imparare a ballare. Mi sono sentito parlare, anziché imparare a parlare. Ho vestito il costume senza metterci il cuore dentro.

Questo vedo. Questo è quanto ho visto di me.

Ma non è detto che il mio sguardo mi appartenga. Forse, da qualche parte, c’è qualcuno che meglio di me guarda la mia immagine.

Se, poi, nel cercare di capire come può essere che anche dall’ombra possa scaturire un senso di trovarsi a passare da queste parti … ebbene, è da qui, da qui soltanto, che bisogna partire.

Perché questo è il posto giusto: di bellezza violata, di roccia stuprata, d’acqua strozzata nell’arteria di cemento armato.

Da qui, da questo centro, ha origine l’infinito non finire: la bruttura sopra ogni bellezza, lo svelamento senza mistero, la profanazione che da sempre non prevede rispetto.

Se poi vi trovaste a passare da queste parti, ricordateci di quanto ci piacevano le vittorie … o le disfatte, ma eterne:l’infinito non finire.

Sarebbe onorevole, onorevole sapere di perderti da solo e da solo ritrovarti. Semmai, per caso, fossi nato da queste parti.

paolo fresu marcello fois ballarò

È trascorsa appena una settimana da quando ho deciso di aprire e gestire un blog tutto mio e completamente dedicato alla mia terra.

È trascorsa una sola settimana. Sono indietro con i lavori, eppure oggi un po’ tutto si ferma: le ritenute d’acconto, il mio essere freelance, le micro-ricerche ancora agonizzanti e sparse qua e là tra il pc e il desktop vero e proprio, quello di legno dove prendo il caffè e leggo il giornale.

Avevo pensato a mille e più modi diversi per inaugurarlo, certamente non questo. Ma, oggi, mi sembra doveroso dedicare un post (uno dei primi) all’alluvione che ha colpito la Sardegna appena una notte fa.

Nell’intervento di Paolo Fresu e Marcello Fois leggo di più di un semplice omaggio o commemorazione. Le note e le parole dei due artisti sardi accarezzano le anime delle vite spezzate, ma anche i fianchi della natura depredata dall’uomo burocratico, sempre avido di cemento e prodigo di noncuranza. Tracciano con estrema lucidità l’identità spettacolarizzata, e in parte perduta, di tutta una popolazione. I loro diaframmi urlano, pacatamente, un dolore secolarizzato a cui raramente le classi politiche prestano attenzione … se non quando l’acqua – tanta acqua – seppur inluridita dal fango, permette di fermarsi per leggere, con più chiarezza e trasparenza, dentro la realtà dei fatti.

Avverbadora, chi sei?

Ho deciso di dedicare il primo post di questo blog proprio all’avverbadora su nominata. Non farò ricerche storiche o antropologiche – almeno non in questo post e almeno non per ora – ma mi limiterò semplicemente a tentare di spiegare chi è stata o, forse, tutt’oggi continua ad essere. Mi muoverò principalmente nel campo del significato delle parti che compongono la parola. Effettuerò una vera e propria autopsia: scomponendola e, infine, ricucendola , cercherò di riconsegnarvi una figura di donna il più possibile “presentabile”.

Se noterete imprecisioni o lacune, accetterò volentieri ogni vostra segnalazione.

La parola contiene in sé un po’di latino (verbum) e un po’ di spagnolo (dora).

Il sostantivo neutro latino verbum ha vari significati: parola, vocabolo, termine, espressione, discorso ma anche chiacchiera, sentenza, frase, motto, proverbio. Non di rado lo si trova anche col significato di: interrogativo, enigma, apparizione e visione profetica, tanto che nel latino ecclesiastico, scritto con la maiuscola, sta a significare (il) Verbo, la parola di Dio, dunque il messaggio divino per eccellenza. 

Il suffisso spagnolo (-dor per i sostantivi maschili, -dora per quelli femminili) è, come in italiano, di tipo agentivo o strumentale, ossia deriva dal tema di un verbo: lavorare (trabajar) => lavoratore (trabajador); conquistare (conquistar) => conquistatore (conquistador).

Messi insieme, sostantivo e suffisso ci danno il significato di “colei (perché -dora, dunque femmina) che pronuncia delle parole”.

Ma quali sono queste parole? E, soprattutto, quale il loro scopo?

Esorcizzare, in primo luogo e, dunque, essere una cacciatrice di diavoli, un’esorcista. Nel lavoro compiuto da Antoninu Rubatto, tra i tanti sinonimi troviamo: iscongiuladore  (scongiuratore) e pregantadori (che scongiura e/o esorcizza attraverso preghiere). Gli scongiuri altro non sono che invocazioni e, assieme alle preghiere, permettono di esprimere con chiarezza i nostri desideri più profondi facendo utilizzo esclusivamente della precisione del linguaggio. Ecco dunque che iscongiuladorepregantadori rappresentano la stessa persona e, contemporaneamente, anche il “lavoro” effettuato da questa figura.

La finalità del verbum, però, non si ferma qui perché, nella lista, troviamo anche i sinonimi di: ammajadore (che “affascina/ammalia attraverso le parole”) e istriadore (dal termine latino strix, “strega”). La parola “incantesimo” altro non viene che dall’incantare, dunque dall’ammaliare, ed ecco che, forse, riusciamo a completare l’identikit della nostra avverbadora.

Invece non abbiamo ancora finito, perché il termine si ritrova anche come sinonimo di consigliere/a. Dunque, le parole pronunciate da un’avverbadoranon servono solo per esorcizzare, scongiurare e/o ammaliare, ma anche per dare consigli e risposte a quanti le si rivolgono.

Indubbiamente, una figura complessa: incantatrice, esorcista e profondamente saggia nel consigliare e dare risposte alla comunità che la circondava. Probabilmente una strega, a seconda delle considerazioni che, nel corso del tempo, gli uomini  hanno avuto di tali “arti”.

avverbadora