Ambiente e Natura

Leggere nell’acqua.

alluvione-sardegna-2013

Ho tradito.

Ho tradito senza capire.

Quando quello che vedevo mi pareva l’immagine di qualcosa a cui dovevo per forza accontentarmi.

Lì, precisamente, ho tradito.

Ho tradito anche quando mi sono convinto d’ essere portatore di specialità, come se ostinatamente balzassi dal baratro all’apice di me stesso.

Ho tradito nel momento stesso in cui ho pensato che l’unico modo per difendermi dal senso di inferiorità fosse quello di dichiararmi, a tutti i costi, superiore.

Io ho fatto il turista a casa mia. Certo: nella terra spiaggia, nella terra ciambella, nella terra vacanza.

Adattarsi allo sguardo altrui può diventare una forma di sopravvivenza, ma anche una forma di eutanasia.

Io non c’ero, semplicemente. E quello che c’era non ero io, ma l’immagine di me: taciturno, amico fedelissimo, gran lavoratore, sardo-sardo. Troglodita di lusso, amorevolmente dimesso eppure diffidente, distante, con memoria d’elefante e vellutino … e oggettivamente basso di statura, ma ben fatto. Sardo-sardo.

Ho condotto eserciti di amici continentali in giro per spiagge, sforzandomi di mettergli a disposizione quanto di meglio possedessi. Ho fatto il tour operator di me stesso. Mi sono guardato ballare anziché imparare a ballare. Mi sono sentito parlare, anziché imparare a parlare. Ho vestito il costume senza metterci il cuore dentro.

Questo vedo. Questo è quanto ho visto di me.

Ma non è detto che il mio sguardo mi appartenga. Forse, da qualche parte, c’è qualcuno che meglio di me guarda la mia immagine.

Se, poi, nel cercare di capire come può essere che anche dall’ombra possa scaturire un senso di trovarsi a passare da queste parti … ebbene, è da qui, da qui soltanto, che bisogna partire.

Perché questo è il posto giusto: di bellezza violata, di roccia stuprata, d’acqua strozzata nell’arteria di cemento armato.

Da qui, da questo centro, ha origine l’infinito non finire: la bruttura sopra ogni bellezza, lo svelamento senza mistero, la profanazione che da sempre non prevede rispetto.

Se poi vi trovaste a passare da queste parti, ricordateci di quanto ci piacevano le vittorie … o le disfatte, ma eterne:l’infinito non finire.

Sarebbe onorevole, onorevole sapere di perderti da solo e da solo ritrovarti. Semmai, per caso, fossi nato da queste parti.

paolo fresu marcello fois ballarò

È trascorsa appena una settimana da quando ho deciso di aprire e gestire un blog tutto mio e completamente dedicato alla mia terra.

È trascorsa una sola settimana. Sono indietro con i lavori, eppure oggi un po’ tutto si ferma: le ritenute d’acconto, il mio essere freelance, le micro-ricerche ancora agonizzanti e sparse qua e là tra il pc e il desktop vero e proprio, quello di legno dove prendo il caffè e leggo il giornale.

Avevo pensato a mille e più modi diversi per inaugurarlo, certamente non questo. Ma, oggi, mi sembra doveroso dedicare un post (uno dei primi) all’alluvione che ha colpito la Sardegna appena una notte fa.

Nell’intervento di Paolo Fresu e Marcello Fois leggo di più di un semplice omaggio o commemorazione. Le note e le parole dei due artisti sardi accarezzano le anime delle vite spezzate, ma anche i fianchi della natura depredata dall’uomo burocratico, sempre avido di cemento e prodigo di noncuranza. Tracciano con estrema lucidità l’identità spettacolarizzata, e in parte perduta, di tutta una popolazione. I loro diaframmi urlano, pacatamente, un dolore secolarizzato a cui raramente le classi politiche prestano attenzione … se non quando l’acqua – tanta acqua – seppur inluridita dal fango, permette di fermarsi per leggere, con più chiarezza e trasparenza, dentro la realtà dei fatti.

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