Antichi Culti

Culto degli antenati, antichi dèi e luoghi sacri di Sardegna.

copertina

Un evento inaspettato, ma non per questo non desiderato, mi porterà a lavorare in Sardegna per circa un mese e mezzo. Sebbene si tratterà di un tipo di lavoro un po’ differente da quello che svolgo su questo blog, ho pensato che a nulla avrebbe nociuto cercare di allinearli, pur nelle loro differenze. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata quella di prepararmi a questo viaggio con una parte di studio personale (che come tale rimarrà) ed un’altra di tipo più pubblico (che qui condividerò). Entrambi partono e si muovono dallo studio del culto degli antenati, in parte già affrontato in qualche altro  post. La mia intenzione, infatti, è quella di partire con ali spiegate, ma anche e soprattutto con radici ben salde, e come farlo se non guardandomi indietro, intessendo le trame di coloro che nella vita mi hanno preceduta? Ho già cominciato a tracciare questa mappa a ritroso nel tempo della mia famiglia, ma nel momento in cui ho preso ad allargare l’orizzonte (e quindi a studiare più approfonditamente come in Sardegna questo culto si sia evoluto nel tempo) l’argomento si è espanso a dismisura: Dea Madre, antichi santuari e luoghi di potere. Entrando nel mondo di sotto, parallelamente si è aperto anche il mondo di là e mi sono stati dati tantissimi nuovi spunti di ricerca e riflessione che cercherò di portare avanti con la scrittura di diversi post tematici.

Per la prima volta, mi sono trovata ad affiancare l’archeologia all’antropologia. So bene che, per competenza, mi dovrei occupare di Antropologia Religiosa ma questo post, se intenzionato a voler essere il più corretto possibile, necessita di una breve introduzione archeologica, dato anche che gran parte di tutto quello che oggi possiamo sapere ci è dato proprio dagli scavi e dagli studi successivamente fatti. La modesta panoramica archeologica che farò può essere utile a mostrare non solo l’evoluzione della manualistica umana ma soprattutto – ed è questo che a noi interessa maggiormente – quella del pensiero dell’uomo, dello sviluppo astratto e spirituale del concetto di vita, morte ed indissolubile legame tra le due. D’altra parte, per studiare il culto degli antenati dobbiamo per forza di cose avvalerci dell’archeologia in quanto in Sardegna abbiamo costruzioni molto antiche che sono profondamente legate al culto dei morti e a quelle che dovevano essere le divinità adorate nel passato più lontano della nostra esistenza.

Cominciamo a vederle in maniera più dettagliata.

Li Muri - Arzachena

Gran parte del nord della Sardegna è disseminato di semplici circoli di pietre ripetuti più e più volte. Al loro interno, sono infilate nel terreno alte lastre in pietra. Si tratta di circoli funerari con menhir, entrambi di origine non sarda (ne abbiamo altri esempi in Liguria, regione che, non a caso, si affaccia anch’essa sulla stessa area marittima) e probabilmente importati dalla cultura megalitica europea già preesistente.

menhir

Menhir Is Pireddas – foto di Sergio Melis.

I menhir, tuttavia, non sono legati esclusivamente al mondo funerario ma anche a quello delle divinità. Nella loro estrema semplicità, infatti, sono delle vere e proprie “statue” raffiguranti divinità che presidiano e proteggono un determinato luogo. Questo potrebbe spiegare il perché siano state talvolta trovate lontano dai centri funerari, molto spesso nelle vie di transumanza, come a testimoniare la richiesta di benevolenza e protezione per il bestiame e, dunque, la sopravvivenza stessa della comunità. Interessante anche notare che si trovavano sempre nei crocicchi, nell’incrocio cioè tra più strade o sentieri.

Solo verso la metà del IV millennio a.C. cominciamo ad avere i prototipi di quelli che oggi conosciamo con il nome di Domus de Janas (letteralmente “Casa delle Fate”). I più antichi si caratterizzano per essere delle vere e proprie rocce forate nel quale inserire il defunto.

Cortoghiana

Non si tratta di sepolture di massa, ma capaci di accogliere al massimo una famiglia, certamente la più importante all’interno di un clan. La sepoltura in un luogo lavorato e raffinato era dunque un privilegio e rappresentava, di riflesso, l’importanza sociale e culturale che si voleva perpetuare anche oltre la vita stessa.

domus scavato nella roccia

Lo spazio di queste costruzioni si espande quando oltre il foro di entrata si comincia ad organizzare un ampio atrio, simbolicamente area appartenente ancora al mondo dei vivi e dove questi ultimi si muovevano e lavoravano per la preparazione dell’ultimo viaggio del defunto. Si passa al mondo dei morti quando, superato un varco (rigorosamente posto in verticale e scrupolosamente curato) nelle rocce interne circostanti si scavano ulteriori grotticelle, altri “loculi” per utilizzare un termine moderno. È solo quando il varco diventa un vero e proprio corridoio atto a collegare i due mondi, che ci troviamo di fronte ad una più chiara immagine della ritualistica. Possiamo immaginare una processione di persone in lacrime e in lamento, fumo di erbe bruciate, forse anche il sacrificio di qualche animale.

domus con corridoio esterno

Sono immagini queste che prendono vita dalla nostra immaginazione, eppure se entriamo nella tomba di Pimentel possiamo avere più dettagli pratici e meno fantasiosi. La raffinatezza estetica delle decorazioni scolpite al suo interno ci mostrano il modo che queste popolazioni avevano di intendere sia la morte che la vita e, soprattutto, il desiderio profondo di voler in qualche modo riportare in vita il defunto. Le spirali e i cerchi concentrici rappresentati alludono chiaramente alla non definitiva interruzione e spezzatura sia della linea dinastica ma, soprattutto, della vita. Fanno seriamente pensare al ripetersi e al ritorno ciclico, al ripristino delle condizioni iniziali e precedenti all’evento luttuoso.

spirali e cerchi concentrici

Stessa cosa vale per le chiocciole marine sul cui guscio la natura ha disegnato proprio una spirale. Anch’esse sono molto presenti all’interno delle tombe e quello che personalmente mi sono domandata è se in qualche modo avessero avuto il concetto di reincarnazione piuttosto che di rinascita intesa come resurrezione. In fin dei conti, il simbolo della spirale la rappresenterebbe alla perfezione.

 

Debolmente rannicchiato in posizione fetale, il defunto tiene stretta nella mano la statuina di un’opulenta Dea Madre, il cui grasso è simbolo di benessere, ricchezza, prosperità e fertilità, tutte caratteristiche utilissime al rifiorire della vita.

protome bovinaA dare la giusta vitalità al defunto per tornare in vita, presiede però anche il toro, figura molto presente in tutte le culture del Mediterraneo antico come simbolo di forza, potenza, energia e, dunque, vittoria sulla morte. Stessa funzione avevano le offerte di cibo che venivano lasciate all’interno di queste tombe. Sarebbero servite ad alimentare il defunto, farlo tornare ad essere forte come un tempo e, dunque, capace di tornare in vita. Da qui, si spiegherebbe probabilmente l’usanza, perpetuata nei secoli anche da altre popolazioni pagane, delle offerte ai defunti di cibo e bevande.

Il toro non solo è presente in tutte le tombe e non solo è portatore di una determinata simbologia. È una divinità, la divinità maschile per eccellenza. Così come la Dea Madre era legata all’acqua e alla luna, il principio maschile rappresentato dalle corna del Toro era legato al fuoco e al sole. Sole e Luna, maschile e femminile vanno dunque ad identificare due divinità opposte e complementari. Alcuni archeologi pensano che queste due divinità non sempre abbiano vissuto assieme e contemporaneamente. Secondo certi la figura maschile ha prevalicato su quella femminile (nata prima e dunque più antica), secondo altri è avvenuto il contrario. Altri ancora li vedono come “sposi”, altri addirittura come madre e figlio. Comunque siano andate le cose, rimane interessante il fatto che entrambi rappresentino il binomio perfetto da applicare nella simbologia della rinascita in quanto l’unione dell’elemento femminile con quello maschile sono fondamentali per dare origine alla vita, umana nel nostro caso.

Per quanto non sappiamo quasi nulla della loro religione, tutti gli scavi e le ricerche ci portano a credere all’esistenza di un culto profondamente legato alla natura. A quel tempo, le manifestazioni più dirette di potere e meraviglia erano inevitabilmente quelle legate all’acqua, al fuoco e agli astri (soprattutto sole e luna) e non è un caso, dunque, che le rappresentazioni artistiche e simboliche rimandino a tutto ciò. Sempre presenti, sempre strettamente legate, sempre ad indicare principi maschili e femminili in alternanza o comunione.

Nel Domus dell’Ariete di Perfugas, la figura maschile rappresentata ci fa pensare più che altro all’ariete e, a ben vedere, la forma delle corna di questo animale ricorda abbastanza quella della spirale.

domus-dell_ariete

Esistono teorie, però, che non vedono in quella che chiamiamo protome bovina la testa di un toro, bensì la rappresentazione del grembo materno.

 

utero protome

In questo modo ancora una volta abbiamo l’idea del ritorno alla madre e, a partire da questa, un invito alla rinascita.

clessidre

Nella tomba delle clessidre, la losanga è un altro importante simbolo funerario. Inoltre, nelle colonne di questo domus troviamo scolpiti dei simboli che potrebbero essere sia corna che spighe di grano, anche queste ultime simbolo di rinascita e rinnovamento come abbiamo già visto trattando il rituale di Nenniri.

spighe

Molto interessanti sono anche le decorazioni poste sia all’interno che all’esterno della tomba di Oniferi.

capovolti

Secondo lo studioso Giovanni Lilliu, sono dei capovolti, ossia dei personaggi che precipitano nel mondo dei morti: il puntino che vediamo è la testa rivolta verso il basso, mentre le lineette rappresenterebbero le braccia e le gambe. A questa interpretazione, però, manca la funzione “magica” e di buon auspicio affinché il morto possa tornare in vita e difatti nulla “invita” alla rinascita. Più interessante, a mio proposito, è invece la teoria di Pierluigi Montalbano secondo il quale le raffigurazioni ritrarrebbero delle donne partorienti. Viste effettivamente in questo modo, la vita e la rinascita possono essere ben aiutate con un’immagine che (per effetto di magia simpatica) attira e dona vita allo stesso tempo. Chi, infatti, può rappresentare la vita che viene data se non una partoriente? Stesse identiche immagini sono presenti anche nei menhir, laddove questi vengano abbelliti con disegni: capovolti o partorienti, Dea Madre, talvolta pugnali (a rappresentare che la tomba era quella di un capo clan).

I veri e propri Domus de Janas sono, per fare alcuni esempi, quelli di Abbasanta, Monastir e Oniferi. Ci si evolve architettonicamente, esteticamente e simbolicamente ma ci si dedica molto anche al luogo che sarebbe servito ad ospitare sia la tomba che il rito precedente la sepoltura. Ora la tomba è scavata su una piccola collina ritenuta sacra e gli ingressi sono lavorati in maniera più sofisticata.

Anche Montessu è un esempio molto importante essendo una vera e propria  montagna sacra che ospita un’immensa vastità di domus de janas affiancati, vari menhir e spiazzali per la celebrazione dei riti.

Sa conca ‘e mortu (ad Irgoli) è tra i domus de janas quello più suggestivo.

sa conca e mortu

Attorno alla metà del terzo millennio a.C. (piena Età del Rame) troviamo Domus de Janas non solo scolpiti, ma addirittura dipinti. Le tombe assumono l’aspetto di case, sia nella dimensione che nella cura dei particolari d’arredamento. Il solo corredo funerario sembra non essere più sufficiente e gli esseri umani si impegnano a ripristinare le condizioni che il defunto aveva avuto in vita. La roccia viene lavorata per assomigliare il più possibile ad una casa: navata centrale, predisposizione di vani per i sarcofagi, finte porte per l’aldilà o decorazioni a forma di colonna, focolari scolpiti nella roccia e formati all’interno da più cerchi concentrici. Secondo alcuni archeologi non si tratterebbe di punti fissati nella roccia per accendere dei fuochi votivi, bensì solo semplici rappresentazioni dell’acqua e dei suoi movimenti. Qualunque sia l’esatta interpretazione, a noi rimane interessante il fatto che sia che sia fuoco, sia che sia acqua, sempre uno dei due elementi rimane a calcare il mondo dei defunti.

spirali in ocra rossa

Il colore principalmente utilizzato è l’ocra rossa, raramente il blu. Come colore del sangue, e dunque della vita, l’ocra rossa veniva usata non solo per cospargere la tomba ma anche il defunto. La volontà di ricerca della rinascita è ossessiva.

Con il trascorrere del tempo, assume importanza anche la cura estetica ed architettonica della facciata esterna, soprattutto la parte in alto e all’entrata delle tombe. Per alcuni a venir rappresentata è la volta celeste che poggia sulla terra dei vivi e sotto la quale risiede il mondo dei morti; per altri rappresenterebbe lo spazio della Dea Madre che sovrintende alla sepoltura. Nella parte superiore della volta di Andriolu (a Porto Torres), così com’è nella Tomba dei Giganti,  appaiono tre fori, all’interno dei quali ci sono tre piccoli menhir detti pettili (Triade Pettilica) che possono essere maschili, femminili oppure entrambi. Le ipotesi, ma sono solo ipotesi, dicono che potrebbero rappresentare il ciclo della vita (nascita, morte e rinascita).

Come possiamo ben vedere, nulla è dato per certo e ci troviamo a navigare tra tantissime ipotesi. La semplicità delle immagini riinvia a molteplici interpretazioni simboliche, ognuna validissima a seconda del nostro orientamento intellettuale, culturale e/o spirituale. Quando vediamo tutte le immagini scolpite all’interno delle tombe, siamo noi ad essere portati a riscoprire (o a dare) un significato metafisico a queste, ma nulla toglie che si sarebbe potuto trattare benissimo anche di semplici rappresentazioni che volessero copiare in tutto e per tutto certe strutture architettoniche delle case dei vivi per riprodurle e riconsegnarle alle nuove abitazioni dei defunti. Detto in altro modo: così è la casa dei vivi, così sarà la casa dei morti; la seconda a perfetta immagine e somiglianza della prima. Per farli sentire ancora a casa, non lontani, al sicuro fra tutto ciò che conoscevano ed utilizzavano in vita.

Quello di mantenere il legame con chi non è più in vita è un bisogno primario dell’essere umano, non solamente in un senso di amorevole sentimentalismo ma anche in termini più sofisticati e tecnici. Gli antenati, infatti, sono – prima di tutto – coloro che ci hanno preceduto e, prima di noi, hanno esplorato, compreso e tramandato la conoscenza utile per sopravvivere. Il legame da mantenere, dunque, è anche tradizione e sua trasmissione: apprendiamo dai loro successi ed errori affinché la nostra vita si migliori ulteriormente e, a nostra volta, apportiamo delle evoluzioni da tramandare successivamente a chi verrà dopo di noi. In questo l’archeologia ci aiuta a legare passato, presente e futuro. Nascita, morte e ritorno.

 

FONTI.

LILLIU, Giovanni, Arte e religione della Sardegna prenuragica, Delfino Carlo Editore, 1999.

Quotidiano di Archeologia”, a cura di Pierluigi Montalbano.

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NENNIRI, GREMBO DI VITA.

Era, sì, come il ramo caduto sull’erba, stroncato dal vento o dal potatore, non morto, anzi pronto a germogliare di nuovo, se la terra lo riprende.

 Grazia Deledda, La Chiesa della solitudine, 1936.

John_Reinhard_Weguelin_–_The_Gardens_of_Adonis_(1888)

Francesca (chiamiamola così) è una bambina di otto anni che si cura con l’omeopatia ed ha molto a cuore tanto la flora quanto la fauna. È lei che, quest’anno, ha deciso di prendersi cura del grano che deve essere pronto per Pasqua. La maestra di religione le ha dato il compito di piantarlo, tenerlo rigorosamente al buio ed annaffiarlo ogni giorno, almeno fino a quando la scuola chiuderà in vista delle ormai imminenti vacanze pasquali. In tutto il trascorrere di questo tempo, l’ho osservata e mi sono intenerita, anche quando ha allagato un’intera mensola dell’armadietto in cui ha disposto il vasetto seminato a grano. Tropp’acqua, forse anche troppa cura. O troppo senso del dovere.

Quando prendo il trenino metropolitano che mi riconduce a casa, ho tempo per pensare, riflettere e ricordare. Mi sento ignorante e cerco di consolarmi sospettando solo di avere la memoria corta. Sì, perché di fatto non ho davvero nessun ricordo, nella mia infanzia, di vasetti di terra coltivati a grano ed infilati dentro l’armadietto di classe, a condividere spazi ridotti con le scarpe di ricambio per l’ora di educazione fisica. Me ne lamento un po’ a casa ed ecco riemergere dalle parole dei miei familiari echi lontani di donne d’altri tempi.

Profumi di Sardegna ancora una volta a rievocare gesti quasi ancestrali che si fondono con il mio modaiolo neo-paganesimo liceale ed il mio attuale tentativo  di riallacciarmi a vecchie tradizioni che però continuano a scorrere nelle mie vene. Mio padre parla, racconta. È un fiume in piena ed io non posso fare a meno di immaginare donne vestite d’antico rimestare nella terra semi colmi di vita, intrisi di un odore ormai troppo lontano da me e dal mio tempo. Sento il bisogno di documentarmi, di avviare quella ricerca antropologica che – inesorabilmente – avverto fortemente avvinghiata al DNA. Il sangue chiama e la mente – per quel che può – tenta di rispondere.

 

PREPARARSI ALLA RINASCITA.

 

Cerco, leggo, appunto e scrivo. Le mani delle donne di un tempo rimescolano qualcosa anche dentro le mie viscere. Le vedo, quasi riesco a sentirne le voci: la prima settimana di Quaresima, accompagnate spesso anche dalle ragazze più giovani, tutte intente a seminare in vasi ( spesso nelle cavità o addirittura nelle zucche, chiamate krokoriga `e strigu) una piccola quantità di grano o altri semi, ma sempre e comunque di cereali o legumi*). Una pioggia casuale di sementi, ma pur sempre ordinata da mani sapienti che evitano che il centro del vaso ne sia colmo: spazio riservato, successivamente, all’accensione di un cero tanto anonimo quanto personalissimo.

Tenebre e stoppa avanzata dalla lavorazione del lino (detta stub`e linu o sgirròne) a definire il letto del contenitore affinché la pianta, una volta spuntata e cresciuta, possa assumere un colore il più chiaro possibile. La luce, infatti, quel vasetto (per la maggior parte delle situazioni tenuto al buio sotto il letto) la può incontrare solamente il giorno del giovedì  Santo, quando – ornato con fiori, nastri bianchi o colorati – viene condotto in chiesa e qui, disposto attorno al simulacro del Cristo e con il cero acceso nel suo centro vuoto. Qui il suo soggiorno scade il Lunedì dell’Angelo (ma altrove si parla anche di otto giorni esatti dopo la Pasqua), tempo massimo per venire riconsegnato alla sua levatrice, il cui compito ultimo sarà proprio quello di definirne il destino, diverso – come al solito – da zona a zona della Sardegna. A Cagliari, ad esempio, viene ostentato come centrotavola nel pranzo pasquale, offerto come dono** oppure “liberato” nelle campagne circostanti in segno di benedizione per un raccolto propizio.

Allo stesso modo, le varianti riguardano anche il momento dell’anno in cui su nenniri fa la sua comparsa. A Cabras, ad esempio (ma anche in altri paesi del Campidano o dell’Ogliastra) viene preparato a fine Maggio per la festa della Patrona Santa Maria, esposto e raccolto per utilizzare i poteri magici che ha acquistato. A Bari Sardo, nell’Ogliastra, la sagra di Nenniri si celebra la seconda domenica di luglio, coincidendo con la festa di San Giovanni. Anche per questa festa vengono preparati i  nenniri (grano germogliato in un vaso di terracotta, adornato da nastri e fiori e sormonatato da una croce di canna e rombi di fieno ed avena intrecciati),  ma destinati – questa volta – ad accompagnare, durante la processione, la statua del Santo.  Completano la cura estetica, ciliegie, nespole, susine e pane pintau ( pane fatto in casa e minuziosamente decorato).

Una volta giunti in prossimità della spiaggia, i vari nenniri vengono benedetti (in senso propiziatorio) e gettati in mare. Per permettere l’utilizzo dei nenniri durante questo periodo dell’anno più avanti nel calendario, il grano doveva venir seminato a fine maggio. Questo, d’altra parte, permetteva agli uomini e alle donne di poterlo raccogliere a San Giovanni, momento tipicamente conosciuto come migliore per appropiarsi dei poteri magici acquisiti – nel tempo – da erbe e piante. Apparentemente, può sembrare che questa seconda calendarizzazione si discosti dal rito originario, ma – al contrario – si allinea ancora più perfettamente al mito di Adone come dio della vegetazione che, come quest’ultima, nasce in primavera e, al solstizio d’estate, dà gli ultimi suoi frutti.

Il vasetto e anche il gesto in sé, inoltre, hanno un nome che varia da paese a paese: nenniri, nennere, nenneru, neniri.

 

ANTICHI CULTI NELLA PASQUA SARDA.

 

Chi compie ricerca antropologica in Sardegna sa bene che la religiosità popolare di matrice pagana è il suo pane quotidiano. Ne viene alimentato ogni qualvolta spunta l’idea per una ricerca. Una storia millenaria, popoli e popoli che si sono feriti per dominarla hanno lasciato segni e nodi che è difficile sciogliere, ma non impossibile. Nei riti della Settimana Santa è facile riscontrate gli influssi della dominazione spagnola; più difficile (ma anche più affascinante) è avventurarsi in quelli lasciati da popolazioni molto più antiche.

Su nenniri ci trasporta direttamente al culto di Adone che, prima di essere greco, proviene in tutto e per tutto dall’area mesopotamica, riscontrabile nella divinità Tammuz: divinità accadica procedente da un’altra di origine sumera e già ampiamente trattata in un altro articolo di questo blog.

Il suo culto, che risale a prima del IV millennio a.C, si diffuse prima tra i Sumeri e solo verso il II millennio a.C. in area Cananea. Si tratta di un’antica divinità agraria simbolo della forza rigeneratrice della natura e che ogni anno discendeva negli Inferi per poi “resuscitare” nel periodo primaverile. La sua nascita e la sua morte coincidevano, dunque, con quelle degli elementi vegetali.  Già prima dell’avvento di Cristo, in Mesopotamia un figlio (definito, tra i tanti modi, come “Colui che vive realmente”) moriva per far sì che la vita sulla terra potesse continuare. La denominazione di Tammuz come “Germinatore di molti frutti”, “Quello del molto vino”, “Il Risanatore” faceva sì che fosse facilmente rappresentabile attraverso la vegetazione in generale, soprattutto il grano.

Durante il mese che gli era consacrato, i fedeli lamentavano la sua morte invocandone il ritorno in terra. Dapprima ne rappresentavano la scomparsa gettando grano e piantine alle onde; in seguito veniva rappresentata la dea Ishtar piangente e gridante nella sua discesa agli Inferi, implorante verso la sua regina affinché rendesse libero il dio. Il lieto fine della vicenda conduceva a grandi feste dove le donne mesopotamiche seminavano piantine che crescevano rapidamente e, tra pianti e lamenti, avvizzivano nuovamente.

In Siria e Fenicia Tammuz assunse il nome di Adon, dal quale poi derivò l’Adonai degli Ebrei e l’Adone dei Greci. La storia di quest’ultimo la conosciamo tutti, tant’è che continuiamo ad utilizzare il modo di dire “essere un Adone” per indicare l’irresistibilità di un uomo. Nella storia degli dèi dell’Olimpo, di lui si invaghirono perdutamente Afrodite e Persefone (non a caso, l’una dea della fertilità primaverile, l’altra del mondo sotterraneo). Complice la gelosia di Ares, Adone – ucciso – finì nel regno della prima, provocando l’enorme sconforto della dea della bellezza. Sconsolata, questa scese nell’Ade e a seguito del rifiuto di Persefone a riconsegnarglielo, con l’aiuto della musa Calliope si convenne che il bellissimo giovane dovesse trascorrere una metà dell’anno in Terra e l’altra metà nel Regno dei Morti. Il non rispetto dei patti da parte di Afrodite fece allora intervenire Zeus che ridimensionò i mesi in otto: quattro per ciascuna.

Cosa lega Tammuz/Adone e il grano? Entrambi sbocciano in primavera e muoiono a fine estate. Come il dio, anche il seme dovrà trascorrere lunghi mesi lontano dal calore e dalla luce del sole: il primo negli Inferi, il secondo nel ventre della terra. Ma quando il sole e il clima saranno propizi, entrambi potranno rinascere annunciando nuova vita. Simbolicamente il ventre della terra e il ventre di Persefone hanno il medesimo compito: proteggere colui che dovrà tornare in vita e alimentarlo affiché possa farlo in tutta la pienezza delle sue forze. Tanto al dio quanto al seme verrà concesso il risveglio alla vita e non è un caso che, nel racconto mitologico, ad avere il ruolo di protettrice sia proprio Persefone (regina dell’oltretomba ma comunque figlia di Demetra, dea del grano e dell’agricoltura, nutrice della terra e artefice del ciclo delle stagioni). In un ciclo infinito di morte e rinascita, così com’è quello della ciclicità della natura, Adone si configura principalmente come dio della vegetazione e va tenuto molto in conto il fatto che questo non sia un elemento secondario, perché per secoli il suo culto, dall’Asia Minore fino alla Grecia, fu legato più alla sua essenza di dio della vegetazione che alla sua bellezza.

Sia in Asia Minore che in Grecia erano le donne ad essere molto legate al culto di questo dio. Esse erano pertanto le “interpreti” più importanti del rituale a lui dedicato. Le giovani donne, devote al dio, durante le celebrazioni a lui dedicate (le Adonie, tra aprile e maggio)  portavano al tempio piccoli giardinetti in vaso a lui dedicati e, per propiziarsi il favore divino, cercavano di coinvolgerlo nella loro gioia con danze alquanto allegre. Coltivati amorevolmente per tutta la durata della cattiva stagione erano poi “sacrificati” al dio rinascente nel momento del suo apparire nel rigoglìo della vegetazione primaverile. Conosciuti come giardini di Adone, avevano la funzione di custodire vasi con germogli di cereali e non anemoni, fiori che – come il mito narra – nacquero dal sangue che fuoriuscì dalla ferita che portò Adone alla morte. Le loro erano mani di donne giovani, fertili e, dunque potenzialmente madri; motivo fondamentale questo per far sì che fossero proprio le giovani a doversi occupare della preparazione dei giardini di Adone. Quello che andavano operando, accudendo e propiziando era niente di meno che la rinascita del dio (e della vegetazione) proprio attraverso la semina del grano in questi piccoli vasi. Simboli della vita e della morte del dio, questi recipienti erano alimentati dalle cure, ma anche dalle gioie e dalle lacrime di queste donne via via che la rinascita e il sacrificio di Adone prendevano scena nel mutare ciclico delle stagioni.

Coltivati durante il periodo antecedente l’arrivo della primavera, questi vasi – che vedevano l’esplosione di tutto il loro germogliare e crescere proprio in prossimità della primavera – erano, allo stesso tempo, simbolo della vita (rapida, appassionata, fugace) di Adone e ad egli stesso venivano sacrificati per favorirne la rinascita successiva. Poiché, la durata di ciò che era contenuto nei vasetti tendeva ad avvizzirsi rapidamente, dalla gioia si passava altrettanto rapidamente alla tristezza e le fanciulle, allora, erano costrette a rovesciare il tutto in fiumi e sorgenti, nella speranza e nel culto che le acque fecondatrici (primordiale grembo in cui la vita si generò, ma a cui anche Tammuz/Adone erano fortemente legati) potessero ridare nuova vita al dio.

Il “rito”, dunque, (se così ci è permesso chiamarlo) è antichissimo e si lega fortemente alla cultura agro pastorale. ***

Lo stesso tipo di cerimonia è stato riscontrato a Samugheo (provincia di Oristano) dove, anticamente, il mito veniva rappresentato dalle giovani del paese.**** Queste celebravano il suo matrimonio con una di loro (eletta prioressa), piangevano la sua morte e, infine, festeggiavano la sua resurrezione. La prioressa-sposa aveva il compito di preparare su nenniri e di condurlo, a capo di una vera e propria processione, fino ad un precipizio dove, spogliato di tutti i suoi ornamenti, veniva gettato nel vuoto abisso.  Da questo momento, partiva in coro questo lamento funebre:

Frores Samugheo

“Frores de mortu” (versi dedicati ai morti) e loro traduzioni tratti da Dolores Turchi, Samugheo.

Come abbiamo già visto parlando della figura del dio Tammuz, anche in Sardegna le sacerdotesse (in particolare, quelle deputate al culto dell’acqua) mettevano in scena tutto il ciclo di vita-morte-rinascita della divinità legata alla vegetazione, soprattutto quanto riguarda gli episodi d’incontro d’amore fra il mascolino e il femminino. Oggi come oggi, come fa notare Graziella Pinna Arconte in un suo interessantissimo post (tra le fonti, citato il suo sito web: Il ritorno di Abraxas) tale rappresentazione/rievocazione sembrerebbe trovare riscontro in quello che in Sardegna è chiamato s’incontru, episodio della vita di Maria e Gesù non contemplato in nessun vangelo e probabile sostituzione di quelli che un tempo erano i riti legati all’equinozio di primavera, riti anch’essi aventi come soggetto il ritorno alla vita, dopo il buio della temporanea morte della vegetazione e, dunque, dei frutti del raccolto in avvenire.  Con molta probabilità, s’incontru è andato a sovrapporsi con estrema facilità alle figure di un dio maschile legato alla natura e di una donna sacra, giovane, fertile, madre di tutte le cose, giacché Maria e Gesù ne sono andati a rappresentare i sostituti più verosimiglianti, seppur con delle differenze abbastanza nette e riscontrabili nella relazione parentale madre-figlio. Inoltre, è da tenere in considerazione il fatto che in epoca cristiana, il particolare della preparazione e della ritualità stessa dei giardini di Adone vennero duramente condannati perché visti come emblemi di vanitas pagana, di sterilità (in quanto duravano poco ed erano gettati via presto) e addirittura stigmatizzati quali simboli di onanismo ed omosessualità.

Ovviamente, né le protagoniste del romanzo della Deledda citato ad apertura post, tantomeno le ragazze del rito di Samugheo riportato dalla Turchi erano a conoscenza dell’origine pagana e della ritualità stessa presenti nella preparazione dei nenniri perché, come fa notare Contusu.it (sito che vi invito a visitare per avere tantissime altre informazioni sull’argomento), intente a ripetere inconsapevolmente un rituale tramandato da generazioni e generazioni – prima pagane, infine cristiane.

 

CONCLUSIONI.

 

Se inizialmente la festa aveva esclusivamente un carattere pagano (e il grano aveva il solo scopo di fecondare le acque e portare fertilità ai campi), con il tempo il “rito” è andato via via assumendo motivazioni, rappresentazioni e finalità proprie alla religione cattolica.

Se tra i Sumeri, i Fenici e i Greci simboleggiava il passaggio dall’inverno alla primavera, con il Cristianesimo è diventato il simbolo del passaggio di Cristo dalla morte alla vita. Il grano stesso è stato assunto a rappresentazione dell’Eucarestia come vita che viene da Cristo stesso. Ecco perché ancora oggi, in ambito completamente cattolico, si continua a piantare il grano e a portarlo come centrotavola al pranzo pasquale. Il sacrificio di Adone è divenuto quello di Cristo: entrambi devono morire per poter poi risorgere ed elargire i loro frutti di prosperità:

“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Giovanni 12,24).

Il simbolismo della resurrezione dopo la morte che noi tutti oggi conosciamo non si discosta per nulla dalla simbologia che vede la rinascita della primavera dopo il lungo e buio inverno.  Entrambe le simbologie non sono che una sola, pur appartenendo a religioni diverse.

 

 

* Tradizionalmente, si utilizzava il grano misto a orzo e semi di lino. Tuttavia, al giorno d’oggi su Nenniri viene preparato con qualunque seme si abbia a portata di mano.

** I vasetti vengono regalati in segno di buona fortuna e prosperità. Se ricevuto come dono, su nenniri va posto al centro della tavola per il pranzo di Pasqua e lì mantenuto fino a che non appassisce.

*** I Giardini di Adone (o su nenniri) sono diffusi in tutto il bacino del Mar Mediterraneo e non sono una particolarità della Sardegna. Possiamo averne traccia anche in Sicilia ed in Campania, ad esempio.

**** Il rituale è rimasto inalterato fino agli anni ’50, poi è venuto meno. Pur tuttavia, come oggi sto facendo anche io con questo blog, molte altre persone cercano di riscoprire e riportare alla luce usi e costumi della tradizione sarda, compreso il rituale di Samugheo.

 

 

FONTI:

 

BONNEFOY, Y., Dizionario delle mitologie e delle religioni, I, BUR, Milano, 1989, pp.9-13.

CAREDDA, GP., Pasqua in Sardegna: Il folclore della Settimana Sarda, Scuola Sarda Editrice, Cagliari, 1987.

CONCU, Giulio, RUIU, Franco Stefano, I riti della settimana santa in Sardegna, Imago Edizioni, Nuoro, 2007.

DETIENNE, M., I giardini di Adone, Einaudi, 1975.

GAMMAITONI, R., “I riti della Pasqua”, in I misteri di Hera, n.33, Acacia Edizioni, Milano, 2009, pp.58-63.

TURCHI, Dolores, Samugheo: il fascino delle più arcaiche tradizioni della Sardegna centrale attraverso la storia, i racconti, le leggende e le preghiere del paese sul quale aleggia ancora il mistero del castello di Medusa, Newton Compton Editori, Roma, 1992.

Contus Antigus – Leggende e Tradizioni di Sardegna

Il ritorno di Abraxas

TAMMUZ E IL SACRIFICIO DI PRIMAVERA.

green man

 

Tammuz è una divinità babilonese, corrispondente al sumero Dumuzi/Dumuzid, in alcuni testi indicato come dio pastore, in altri come dio pescatore. Poiché il suo nome significa “figlio legittimo dell’Abisso” e tale Abisso era proprio Ea (dio dell’acqua e della sapienza), si presuppone che sia più veritiera l’indicazione di dio pescatore. Pur tuttavia, questa teoria viene smentita da A. Falkenstein poiché, come mostra il suo più comune epiteto, Sipad (Pastore), Tammuz si presenta essenzialmente come divinità pastorale. Il rinforzo ci è dato da sua madre, la dea Duttur (comunemente personificata come una pecora), nonché dalle due varianti con cui si era soliti designare il dio: Amaga (in riferimento al latte materno) e Ululu (letteralmente, moltiplicatore di foraggio). Il suo potere, dunque, sembra abbracciare tutto ciò che di fondamentale è per la pastorizia: crescita dell’erba per i pascoli, salute nei giovani agnelli e abbondanza di latte tanto per i cuccioli degli animali quanto per gli esseri umani.

Quando il culto di Tammuz si estese nell’Assiria (attorno al II e I millennio a.C.) le sue proprietà divine mutarono e da un culto prettamente pastorale si passò ad identificarlo interamente con una divinità strettamente legata all’agricoltura e alla vegetazione in generale. Il suo potere si incentrò nel grano, soprattutto nella sua fase morente, ossia quando macinato al punto da dare alimento agli uomini. In tale condizione, venne ulteriormente indicato come figlio del sole (Shamash).

Come consorte della grande Dea Madre, incarnazione delle energie riproduttive della natura (conosciuta nelle sue varianti come Inanna, Ishtar, Astarte) il suo  è un mito che vede il continuo avvicendarsi di morte e resurrezione, volte entrambe a simboleggiare il periodico rigenerarsi della vegetazione primaverile. Tant’è vera quest’ultima affermazione, che a tale divinità venne addirittura dedicato un mese (mese di Tammuz per l’appunto, corrispondente al sesto dell’anno, stagione estiva). A partire dal solstizio d’estate, infatti, in tutto l’Antico Vicino Oriente prendeva avvio un periodo di lutto, corrispondente all’accorciarsi delle giornate che, presso tali popolazioni, veniva spiegato nella morte del dio. Per sei giorni veniva a lui dedicato un vero e proprio funerale. Durante tali riti funebri, veniva rappresentata in forma drammatica la morte del dio, la discesa della dea negli inferi per aiutarlo e, infine, il suo ritorno trionfante nella terra dei vivi. Grano e altre piante venivano gettate nell’acqua del mare o dei fiumi per simboleggiare il suo viaggio nell’altromondo. Il pianto delle donne che formavano il corteo riecheggiava quello disperato della dea sua amante affinché il morto potesse tornare a rigenerare vita sulla terra. La sua morte, infatti, non era definitiva ma solo transitoria e le popolazioni piangevano sì la sua scomparsa, ma con la fiducia nel cuore di un suo futuro ritorno. Dumuzi/Tammuz, infatti, è un dio risorto, ma non l’unico nell’antica mitologia (abbiamo altri esempi nell’egizio Osiride, nell’Adonio fenicio e persino nel Dioniso che salva la madre Semele dagli inferi).

Molti testi antichi (soprattutto poemi pastorali) raccontano dell’amore tra Dumuzi e Inanna (Ishtar, nei testi accadici). Testi rinvenuti, come La discesa della dea Ishtar nel Sottomondo di M. Jastrow (1915), raccontano di come la dea si fosse recata nel mondo degli Inferi per soccorrere il suo amato scomparso. Tuttavia, la storia cambia in quei testi scoperti più recentemente (1963) dove, al contrario, Inanna si reca nel Kur (il sottomondo), governato da sua sorella Ereshkigal, con l’unico intento di reclamarlo come proprio regno. Attraversando sette cancelli, dove di fronte ad ognuno le viene chiesto in cambio un ornamento o un indumento, giunge alla fine del suo viaggio e, completamente nuda, si siede sul trono della sorella. Severamente giudicata dagli Anunnaki, viene appesa ad un gancio. Aiutata dalla sua ancella Ninshubur e dal dio Enki, Inanna riesce a sopravvivere grazie alla legge della conservazione delle anime, la quale prevede un sostituto per la sua posizione nel Kur. Riesce ad individuare costui proprio in Dumuzi/Tammuz, il quale – nel frattempo, a causa dell’assenza di lei – si era impadronito del suo regno. Scaraventato nel Kur, il dio abbandona il mondo di sopra e, solo in un secondo tempo e solo grazie all’aiuto di sua sorella, riesce  di tanto in tanto ad uscirne. Infatti, mossa da compassione per il dolore provato dalla sorella del dio, Inanna comincia a pentirsi e a concordare un equilibrio fra le parti: per metà dell’anno Dumuzi sarà fuori dal Kur e sua sorella prenderà il suo posto.

Ne Il ramo d’oro, opera per ampia parte dedicata al mito  di Tammuz, J.G. Frazer sottolinea come, proprio con questo mito, Dumuzi/Tammuz si presenti come vera e propria personificazione della vita vegetale ed animale che cessa alla fine dell’estate per rinascere in primavera, in quanto il suo avvicendarsi tra il mondo di sopra e il mondo di sotto corrisponde proprio al cambio delle stagioni: abbondanza quando è presente, assenza di produttività vegetativa quando invece si trova nel Kur. Quando vivo e presente nel piano da noi conosciuto ed abitato, egli è il grano nel pieno della sua produttività, la vegetazione rigogliosa ma anche il corso d’acqua benefico ed apportatore di vita e crescita (sole e acqua in perfetto equilibrio ed armonia feconda, per ricollegarci alla genealogia di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo).

Negli inni sumeri viene esaltato al suo ritorno, pianto alla sua scomparsa, lodato nel suo sacrificio perché proprio da quest’ultimo avrà continuità l’infinito ciclo di morte e rinascita della natura:  giacché “regolatore” dell’alternarsi delle stagioni, è il dio della fertilità e a lui è collegata la germinazione delle piante. Tutto il suo potere si concentra e si libera in primavera. Pur tuttavia, fermarsi al solo aspetto di divinità della vegetazione sarebbe riduttivo in quanto egli è considerato anche un dio della salute (soprattutto della longevità) e, dunque, della vita tutta e intera e, per tale motivo, detentore e distributore della saggezza: è il signore della vita, un risanatore e, invocato dagli ammalati, anche un medico. Saggio come un anziano, forte e fertile come un giovane.

A Tammuz erano associate due feste annuali: una celebrata nel tardo inverno (approssimativamente nei mesi di febbraio-marzo), l’altra in primavera (marzo-aprile, sebbene nel VII secolo a.C. in Assiria avvenisse attorno ai mesi di Giugno-Luglio).  Nella prima veniva “teatralmente” celebrato il suo matrimonio con la dea Innanna: il re in carica, assumendo l’identità del dio, incontrava carnalmente una sacerdotessa atta a rappresentare umanamente la dea. Dal loro incontro, umano e divino al tempo stesso, avrebbe goduto anche la natura stessa, fertilizzata e fecondata per tutto l’anno a venire. Al contrario, nella seconda festività si piangeva, e contemporaneamente si glorificava, la sua morte.

Quando è fuori dagli inferi la sua dimora è l’Ariete, mentre i simboli che lo rappresentano sono la spiga di grano e il Tau (originariamente simbolo egizio pagano e solo successivamente adottato da un gruppo di cristiani stanziatisi in Egitto e definiti copti).

Dalla sua semplicità della forma, la croce è stata utilizzata sia come simbolo religioso che come ornamento, dagli albori della civiltà dell’uomo. In quasi ogni parte del Vecchio Mondo sono stati rinvenuti oggetti contraddistinti dal simbolo della croce, risalenti a periodi molto anteriori all’era cristiana. India, Siria, Persia. L’uso della croce come simbolo religioso in epoca pre-cristiana, e tra i popoli non cristiani, può probabilmente essere considerato quasi universale e in moltissimi casi era collegato con qualche forma di culto della natura.

Enciclopedia Britannica, 11° ed., 1910, vol.7, p.506.

croce tau È dunque attestata l’esistenza di simboli a forma di croce già in epoca pre-cristiana. Tra le più riscontrabili abbiamo, per l’appunto, proprio il Tau, il cui nome deriva dalla somiglianza con la lettera maiuscola greca tau, e la svastica o fylfot, chiamata anche gammadion per via della somiglianza all’unione di quattro lettere gamma maiuscole greche [ibid.]

Lo storico Alexander Hislop connette l’antico culto di Tammuz con i culti misterici babilonesi di Nimrod, Semiramide ed Horus, loro figlio illegittimo. Al contempo, ci fa notare che il simbolo della lettera T babilonese era †, identico alle croci cristiane. Pertanto, questo tipo di croce era anche il simbolo del dio Tammuz:

Il Tau mistico era segnato sulla fronte degli iniziati ai Misteri […] Quasi non esiste tribù pagana in cui non sia stato rinvenuto il simbolo della croce, il quale è la Tau, “†”, il segno della croce, il segno indiscutibile di Tammuz […]

Le Due Babilonie (1959), pp. 198-199 e 204-205.

croce ansata

 

 

La sua variante è l’antico geroglifico egizio della vita (lo Ankh) che altro non è se non una croce Tau sormontata da un anello.

 

Per Tammuz, l’essere un dio risorto, ma soprattutto una divinità della fertilità in generale e della vegetazione in particolare, ha reso più semplice la diffusione del suo culto in gran parte dell’area mediterranea, fino a sovrapporsi o fondersi con altre divinità simili presenti altrove. Pur tuttavia, l’Adone fenicio di Byblos, quello siriano e quello degli Aramei di Ḥarrān, il Telipinush ittita e l’Osiride egizio mostrano solo alcune affinità con il dio mesopotamico. Per riscontrare similitudini più marcate, bisogna avvicinarsi un po’ di più  a “casa nostra”, in Grecia, dove prese il nome di Adone. Qui, con molta probabilità, l’innesto è avvenuto su culti autoctoni già esistenti, i quali mostravano similitudini piuttosto evidenti e che avevano come “soggetto” un nume della vegetazione.  Anche in quest’altro caso, però, è al dio Tammuz babilonese ed assiro che mancano quei tratti che, invece, sono fondamentali nel mito occidentale di Adone (come, ad esempio, la sua uccisione da parte di un animale).

Il mitologo Fornuto riscontra il profondo legame tra Adone ed Ammone, secondo alcuni identificabile in Dioniso (a sua volta dio che rappresenta il potere vivificante insito nella natura stessa); secondo altri (Diodoro Siculo) padre di Dioniso e, per tale motivo, custode della natura e della fecondità in generale.

Cosa c’entra questa divinità e tutta la mitologia ad Egli dedicata con le nostre tipiche ricerche? Lo scopriremo nel prossimo post, giacché – come ben si sa – per conoscersi meglio, il più delle volte è necessario osservare gli altri, vicini e lontani.

 

FONTI:

BUTTITTA, E., La memoria lunga: simboli e riti nella religiosità tradizionale, Meltemi, 2002.

GRIMAL, Pierre, Enciclopedia dei miti, Garzanti, 1997.

FURLANI, G., La religione babilonese e assira, I, Bologna, 1928.

FRAZER, James, The golden bough: a study in magic and religion, Hertfordshire, Wordsworth, 1993.

KRAMER, Samuel Noah, WOLKSTEIN, Diane, Inanna: Queen of Heaven and Earth, New York, Harper & Row, 1983.

IL SOLE È VITA.

sardegna solstizio inverno

CENNI SUL SOLSTIZIO D’INVERNO IN SARDEGNA.

Fino a non molto tempo fa, passeggiando per le vie di un qualche paese della Sardegna in prossimità delle feste natalizie, si sarebbe udito – più che un “Buon Natale!” – un augurio del tipo: bonas festas, bonas pascas, bonas paschixedda. Già, perché nell’isola esistono almeno tre “pasque”: la Paschixedda (o Pasca de Nadale), appunto per il Natale; la Pasca de is/sos tres res/reis per l’Epifanaia e la Pasca Manna, per il periodo con cui, un po’ ovunque, è conosciuta la Pasqua cristiana. Paschixedda, in particolar modo, è un nome che proviene dal Campidanese e che sta a significare “piccola festa”. Piccola, sì, ma in confronto a cosa? Alla pasca manna, la grande festa, quella che – all’interno del calendario religioso – dovrebbe avere maggiore importanza su tutte le altre. Tale “confusione” (se così ci è permesso chiamarla) indica una reminescenza della dominazione spagnola, in quanto sia in castigliano che in catalano la parola “pasqua” veniva (e viene tuttora) usata per indicare altre festività religiose. In Cile, ad esempio, indica il giorno della nascita di Gesù (il Natale) e il giorno di Pasqua è pertanto indicato come Domingo de Resurrección.

FARE LUCE SU PAROLE E TRADIZIONI.

La parola pasqua rimanda a tutta una terminologia strettamente connessa al concetto di “festa”, tant’è che ne usiamo il senso anche nelle espressioni più comuni e popolari: esser felici come una pasqua, dare una mala pasqua (augurare la cattiva riuscita di una festa).

Leggendo attentamente l’Antico Testamento si può facilmente tracciare lo sviluppo che questa festa ha avuto lungo il corso della storia religiosa ebraica. Concepita inizialmente (si pensa a tempi antichissimi) come una festa primaverile, legata al mondo e alla vita dei pastori, è divenuta – a partire dall’Esodo – un rito commemorativo legato alla liberazione dalla schiavitù d’Egitto.

Prima di questo evento, la si festeggiava all’interno del nucleo familiare, nella notte di plenilunio e in concomitanza con l’equinozio primaverile (periodo, non a caso, chiamato abib, “mese delle spighe”). Al dio veniva offerto un giovane animale (un agnello o un capretto maschio perfetto in ogni sua parte) che, una volta sacrificato, avrebbe attirato le benedizioni divine sull’intero gregge.

Distinta per le origini, di dubbia provenienza se dal mondo agricolo o nomade ma comunque collegata per data alla Pasqua, vi è poi un’altra festa tipica del popolo ebraico: quella degli Azzimi, o rito dei pani non fermentati, spesso compagna dell’offerta delle primizie della messe. Eliminando il lievito ormai vecchio, si attua un vero e proprio rito di purificazione, nonché di rinnovamento annuale. All’uscita dall’Egitto sembra che gli Israeliti abbiano unito questo rito che ben simboleggia la fretta della fuga, sebbene le due feste risultino a volte distinte (Lev 23,5-8; cfr. Esd 6,19-22; 2Cr 35,17), altre volte confuse (Dt 16,1-8; 2Cr 30,1-13).

Dopo l’esodo, la primavera da festeggiare si trasforma, fino a diventare una primavera del tutto nuova: quella, cioè, che coincide con la libertà e il possesso di una terra. Da prettamente familiare e nomade, inoltre, comincia ad assumere una dimensione più centralizzata, poiché il luogo unico ed esclusivo in cui celebrarla diventa il Tempio di Gerusalemme. A partire da questo preciso momento, tutto avviene al suo interno, anche il sacrificio dell’animale, e il popolo è tenuto a festeggiarla non più in maniera privata ma, potremmo dire, “pubblica” e solenne.

In seguito, nel cristianesimo la Pasqua assume il significato di “passaggio dalla morte alla vita”, una vita del tutto “nuova” perché coincidente con una “rinascita”. Ciò che si festeggia, infatti, è la resurrezione, cosa questa che non implica semplicemente il rinascere dopo la morte ma, più che altro, la liberazione da ogni peccato per mezzo del sacrificio. È qui che entra in gioco il termine greco antico patein (παθείν, pàthos) in quanto inerente alla passione: Cristo (agnello di Dio) si immola per l’uomo, liberandolo dal peccato originale e riscattando così la sua natura corrotta. L’Eucarestia, che il cristiano vive ogni domenica, altro non è che una Pasqua rinnovata e che pone le basi proprio sull’ultima cena di Gesù con gli apostoli, dove il suo corpo e il suo sangue hanno anticipato il sacrificio per donarsi agli altri. Nella Pasqua cristiana, il passaggio dalla morte alla vita è rappresentata dal passaggio dai vizi alle virtù e la resurrezione è un passaggio alla vera vita, quella autentica: pulita, giusta, armoniosa, ma che ancora attende la seconda venuta che condurrà alla completezza del tutto. La vita eterna, la resurrezione dopo la morte che attende tutti in un giorno futuro predicato dal Cristo, diviene la nuova Terra Promessa verso cui i credenti camminano ogni giorno della loro vita terrena, umana e mortale. Con la creazione del calendario religioso cristiano, la Pasqua diviene la festa più importante, in quanto strettamente legata anche al battesimo, il “passaggio” per eccellenza.

Nel 325 d.C. il Concilio di Nicea stabilisce che la Pasqua debba venir celebrata la prima domenica dopo la luna piena immediatamente successiva all’equinozio di primavera. Nel 525, si definisce il rigoroso lasso di tempo in cui la festività deve “cadere”: fra il 22 marzo e il 25 aprile. In questo modo, la festa sarà sempre e comunque “fuori” dai rigori invernali per essere pienamente e concretamente un giorno di luce ininterrotta, in cui la luna piena, nell’equinozio, subentra di continuo alla luce del sole a segnalare un giorno senza tramonto, simboleggiando altresì la rinascita del mondo a primavera. Il buio e la sterilità dell’inverno (paragonati al peccato e alla morte) verranno “sconfitti” da una nuova creazione capace di coinvolgere non più solamente l’uomo, ma anche la natura intera.

VECCHIE MADRI PER RINNOVATI FIGLI.

In base a quanto detto sinora, risulta evidente quanto anche il solstizio d’inverno rappresenti l’uscita dal periodo buio dell’anno (inaugurato, secondo il calendario astronomico, più o meno a partire dal mese di Novembre, dove le giornate si fanno indubbiamente più corte) per promettere una luce che andrà, via via, sempre in crescendo e, dunque, anche una futura rinascita (intesa in termini di vita botanica) che si avrà, in tutta la sua completezza, nella primavera a venire.

Il festeggiare la nascita di Colui che porterà liberazione e rinascita è un atto che, come dimostrato un po’ da diversi studi antropologici e storico-religiosi, è andato sovrapponendosi ad altri tipi di festeggiamenti, molto più antichi e sparsi per tutto il continente europeo. È risaputo infatti che, prima dell’avvento del cristianesimo, questo particolare periodo dell’anno veniva accompagnato da determinati festeggiamenti in cui si onorava il “rinascere” del sole e, con lui, l’intero ciclo della natura e della fertilità. Le giornate che cominciano ad allungarsi erano segno che il freddo e la sterilità avrebbero presto cominciato a cedere il passo alla primavera e a tutti i suoi frutti. Gli antichi Egizi festeggiavano la nascita del dio Horus, i Greci quella del dio Dioniso, mentre i Romani celebravano Saturno, il dio dell’agricoltura e, tipico dei festeggiamenti a quest’ultimo, era addirittura lo scambio di doni.

Non è un caso che fuochi e falò da sempre sono stati le caratteristiche simboliche di questa festività, soprattutto nell’Europa del nord dove la luce è minore rispetto al Mediterraneo. Entrambi “incentivavano”, in un certo senso, la rinascita del sole, caratterizzato da un dio-figlio di Madre Terra che, nel suo futuro sviluppo, avrebbe portato abbondanza e prosperità. Già nel Paleolitico, il dio solare comincia a subire la metamorfosi in un dio dalle fattezze umane, in carne ed ossa che nasce, cresce, muore e … rinasce ogni anno e che, altro non è, che il simbolo sacro del ciclo agricolo. Le luci dei fuochi hanno il compito di invocare la luce naturale e la luce della natura (il sole) è l’anima stessa del mondo. Dalla sua “rinascita” dipende tutta la nostra vita e sopravvivenza.

In Sardegna, affianco al concetto della rinascita della luce (e, dunque, della vita stessa), il solstizio d’inverno è legato anche alla simbologia della forza taurina. Questo è quanto gli archeoastronomi (*) da anni stanno tentando di studiare osservando quanto avviene in differenti costruzioni del passato remoto della Sardegna.

Solo per citare alcuni esempi, nel tempio ipogeico di Sant’Andrea Priu (3500 a.C.) il giorno del solstizio d’inverno, verso le ore 15.00, i raggi del sole toccano dapprima l’ingresso del tempio fino, poco alla volta, dirigersi fino all’ultima delle tre stanze interne dove toccano, infine, la “falsa porta” posta in fondo all’ultima parete, custode di tombe antichissime. Più che a “false porte”, altre teorie credono in forcelle rovesciate che rimanderebbero, a loro volta, alla simbologia dei tori capovolti (simbolo della morte). In questo modo, il sole che entra va a colpire proprio questa simbologia con lo scopo “astratto” di ridare vigore ed energia affinché la ripresa della vita sia assicurata. Oltre a ciò, anche un altro aspetto va a dover essere preso in cosiderazione: il sole (elemento maschile) penetra nella domus (elemento femminile che richiama la luna-terra-utero) e, così fecondandola, dà – ogni anno – principio ad una nuova vita.

Nel nuraghe Santa Barbara di Villanova Truschedu, invece, è possibile – durante il medesimo momento astronomico – vedere proiettata, su una parete, la testa di toro.

Gli esempi da citare sono moltissimi ed alcuni non riguardano nemmeno costruzioni di tipo architettonico. Nella marina di San Vero Milis (OR), ad esempio, a “Sa Mesa Longa” abbiamo la testa di un toro scolpita nella roccia che, nel giorno del solstizio d’inverno, si ritrova perfettamente orientata al sole nascente.

toro di luce solstizio inverno sardegna

Foto del GRS (Gruppo Ricerche Sardegna).

Il solstizio d’inverno è, dunque, un archetipo di invocazione alla Grande Madre del mondo: la terra. La rinascita della terra, a sua volta, è strettamente legata agli antichi culti femminili e materni, profondamente connessi alla fertilità e alla gravidanza. Per questo, la festività è connessa alla nascita.

Per concludere, ricollegandoci al termine “pasqua”, cos’è il solstizio d’inverno se non una rinascita, potremmo dire: una resurrezione? Perlomeno come anticipo a quanto avverrà successivamente con l’esplosione della primavera e, dunque, della vita nella sua forma più completa – anche in senso cristiano –.

(*) L’archeoastronomia ricerca e tenta di spiegare il significato e l’orientamento astronomico di alcune costruzioni del passato. In Sardegna si concentra principalmente sullo studio del Pozzo di Santa Cristina, delle Domus de Janas, delle Tombe dei Giganti e del nuraghe Santu Antine. Secondo le loro osservazioni, tali costruzioni avrebbero in comune l’orientamento verso l’alba del solstizio d’inverno.

 

FONTI:  

 Pasqua, in Vocabolario Treccani on line.

Pasqua, in Enciclopedie Treccani on line.

BONNARD Pierre-Émile, “Pasqua”, in LÉON-DUFOUR Xavier (a cura di), Dizionario di Teologia Biblica, Marietti, Casale Monferrato, 1971, pp. 855-862.

Primi Secoli – Il mondo delle origini cristiane, Anno II – n.3 gennaio 1999, Città Nuova.

ZEDDA Silverio, SIFFRIN Pietro, “Pasqua”, in PASCHINI Pio (a cura di), Enciclopedia Cattolica, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, Città del Vaticano, 12 voll., 1948-1954, vol. IX, 1952, pp. 894-901.