Libri e Letture

L’Amuleto.

amuleto claudia zedda

 

Un vecchio limone, dallo sguardo stanco come quello dei nonni che, ora, riaccolgono nella casa di un tempo Virginia, ricondotta lì da un infausto evento.

Un vecchio limone: testimone di amicizie, lacrime, sorrisi, spaventi, amori travolgenti e rancori logoranti … così come quella luna che, ogni notte, si specchia nel fondo di un pozzo sigillato da tempo.

Un’eredità del tutto particolare, stuzzicante la curiosità fino all’inverosimile.

Un amuleto, principio e fine di ogni cosa.

Avvolto dal mistero e dal trepidante odore di erbe selvatiche, il nuovo romanzo di Claudia Zedda è capace di trasportarci, in un batter d’occhio, tra i viottoli e le vallate assolate di una Sardegna primitiva e selvaggia, facendoci conoscere e riconoscere luoghi e storie che tutt’oggi palpitano nel sangue e nel DNA di ogni isolano. Capace di accendere la curiosità anche a chi vive distante, e sardo non è, ci accompagna per mano nella cultura magica e semplice di donne forti come tori, velenose come serpi e spaventose e potenti come streghe.

Assolutamente consigliato per riconnettersi con le proprie radici. Assolutamente suggerito per scoprire una Sardegna autentica e profondamente diversa da quella propinata dallo storpiamento di guide turistiche tendenti ad ignorare le bellezze ataviche e pulsanti di una terra ancora spiritualmente e profondamente vibrante.

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LE PIÚ BELLE FIABE POPOLARI ITALIANE.

Un giorno diventerai abbastanza grande da leggere le fiabe di nuovo.

C.S. LEWIS.

fiabe popolari italianePer il mese di Giugno, voglio invitarvi alla lettura di questo libro che, di Sardegna, contiene solo venticinque pagine. Ho tutti gli spunti, il tempo e i materiali giusti per dare vita ad un altro post sull’argomento “favolistica sarda”. Per il momento, preferisco soffermarmi a riflettere con voi su quanto questa lettura mi ha trasmesso ed in parte insegnato. Veniamo perciò al libro.

Si tratta di un’antologia curata da Cecilia Gatto Trocchi(*) e pubblicata, nel 2013, da Newton Compton Editori per la collana I Mammut. Degno di nota, va anche il fatto che la stampa sia avvenuta su carta prodotta con cellulose senza cloro gas e provenienti da foreste controllate e certificate.

Dalla Valle d’Aosta fino alla Sardegna, viene presentata un’accurata selezione di favole popolari, perlopiù racconti magici giunti sino a noi in forma orale e nei propri dialetti d’origine. Pur tuttavia, la raccolta non risponde a nessun freddo e sterile tentativo di collezionismo. Al contrario, nasce, si muove e tende ad un fine più alto e nobile: poiché pochissimi bambini italiani conoscono le fiabe della loro tradizione, va evitato che esse finiscano nel dimenticatoio comune. Attualmente, questo compito parrebbe esser stato aiutato dall’uscita del nuovissimo film di Matteo Garrone (Il racconto dei racconti – Tale of Tales), adattamento cinematografico de Lo cunto de li cunti (1636) del napoletano Giambattista Basile.

Al di là della possibile differenza (culturale e ambientale) tra le varie regioni che compongono il nostro paese, il libro può essere letto “a fisarmonica”, ossia andando avanti-indietro e vicevera. Soprattutto in quei casi dove certe trame, strutture e motivi ricorrono in fiabe molto simili e sparse un po’ ovunque nei territori nostrani. Al contrario, alcune peculiarità della parte settentrionale o meridionale ci invitano a concepire questa lettura come un ottimo pretesto per compiere un viaggio storico nel passato, ripercorrendo le varie dominazioni che si sono susseguite nella nostra penisola e riconoscendo le influenze culturali che inevitabilmente hanno permeato il territorio.

Tra le varie fiabe presenti, alcune sono state raccolte previa registrazione su nastro e tradotte in italiano solo durante la trasmissione in forma scritta. Tutto questo fa sì che lo stile narrativo, nonché la maniera più propria di esprimersi, cambi notevolmente. Laddove troviamo il tipo di favola più sopra indicato, incontriamo un linguaggio semplice e, a volte, anche piuttosto ripetitivo. Nessuna critica da parte mia a questa scelta, perché ha la capacità di trasferirci immediatamente vicino al camino, o fuori l’uscio, della casa della vecchina che sta narrando. Esattamente come se fossimo lì, in un altro spazio e in un altro tempo. Probabilmente è qui, in questo genialissimo espediente, che si concretizza il suggerimento dato, nell’introduzione, dalla curatrice stessa:

[…] il messaggio della fiaba deve venire direttamente dagli adulti, perché nella voce umana è presente una vera magia, una sorta di “comunione” emotiva che sconfigge l’incomunicabilità tra le generazioni.

Infatti, anche se i rapporti familiari, la struttura delle case, il modo di vivere in comunità sono cambiati, la favola rimane pur sempre un intrattenimento da inserire in quei piccoli ritagli di tempo che gli attuali ritmi frenetici di vita ci consentono di trascorrere con i nostri figli e nipoti. Se è mutato anche il modo stesso di conoscerle (ossia, attraverso film d’animazione oggi, mangianastri ieri) è utile riappropriarsi del mezzo di comunicazione più economico e capace di trasmettere, a tutti i livelli, i più svariati tipi di emozioni: la voce umana.

Al tempo stesso, però, la curatrice ci invita a non chiuderci definitivamente dentro le nostre quattro mura e a considerare il fatto che, confrontandole, tutte le fiabe del mondo si assomigliano. L’invito implicito, dunque, è quello di aprirsi al mondo per conoscerne il numero più ampio possibile: da quelle a noi vicine fino a quelle più distanti. In questo senso, leggere e raccontare fiabe proprie ed altrui avvicina e pacifizza, facendo risaltare il più alto insegnamento morale che da esse si possa apprendere: la fratellanza. Se la globalizzazione, con il mercato cinematografico e televisivo, tende ad “uniformare”, solo la lettura e la condivisione di questo grande e prezioso patrimonio culturale mondiale può trasformarla in una  globalizzazione che per davvero avvicina ed arricchisce (tanto umanamente, quanto spiritualmente).

Questa è la “morale”, l’ “insegnamento” più importante che le fiabe ci consegnano, oltre alle infinite possibilità del divenire, sempre presenti in ogni narrazione. Alla fine di ogni storia, il protagonista si trova sempre in uno stato differente rispetto a quello di prima e, soprattutto, ha sempre vissuto un’esperienza che lo ha modificato in meglio, dunque un’esperienza educativa ed evolutiva. La possibilità di cambiare cose e situazioni nocive per noi e per gli altri è sempre presente. Cos’altro è se non una fondamentalissima lezione di educazione al senso civico? Esattamente come l’insegnamento all’osservazione profonda dell’altro/a oltre l’apparenza, dato che dietro un ranocchio può anche celarsi un principe.

Trasmessomi questo, avrei potuto parlare solo di Sardegna? Assolutamente no.

Mi sono avvicinata a questo libro per conoscere qualche fiaba che nessuno, nella mia terra, mi ha mai raccontato. Dalla Sardegna, sono stata catapultata verso l’Italia intera e il resto del mondo. Buon viaggio, dunque, a chiunque sceglierà, leggendo questo libro, di mettersi sullo stesso cammino.

(*) Recentemente scomparsa, è stata docente di Antropologia culturale presso le università di Roma Tre e La Sapienza. Come esperta di tradizioni popolari, si è occupata di novellistica e letteratura etnica.

L’Inquisizione in Sardegna – Il caso Julia Carta –

Non indosso braccialetti viola per il Giorno Pagano della Memoria. Non mi piace. Preferisco fare e condividere informazione.

Quest’anno, vista la lettura appena terminata di un libro di Tomasino Pinna (professore di Storia delle religioni all’Università di Sassari) ho pensato di parlarvi di Julia Carta, la strega più famosa di Sardegna. 

julia carta copertina libro

PINNA, Tomasino, Storia di una strega. L’Inquisizione in Sardegna. Il processo di Julia Carta, Sassari, Edes 2000.

 

Ci troviamo a Siligo (SS). Il suo nome completo era Julia Casu Masia Porcu e la sua vicenda si situa tra il 1596 e il 1606, periodo in cui la Sardegna è sotto la dominazione spagnola, la religione cattolica è (pre)potente e la Controriforma giovane ed energica anche nell’isola, dove si temono le influenze dei riformati attivi della vicina Corsica.

Analfabeta, povera e moglie di un contadino, Julia era una persona umile che dalla terra imparava e rimetteva in circolo gli insegnamenti ricevuti attraverso una tradizione contadina che da secoli continua a trasmettersi oralmente, di madre in figlia. Era una guaritrice che si avvaleva dei “poteri” tellurici e dei benefici delle piante per curare o creare amuleti che aiutassero sé stessa o il prossimo. Grazie al passaggio dei gitani, con essi conversava e scambiava conoscenze in campo anche divinatorio. Non un mestiere il suo, ma semplicemente un’arte appresa dalla nonna per risolvere i piccoli disagi quotidiani; magari da condividere anche con il vicinato, come buona pratica di convivenza che ogni comunità di tutto rispetto dovrebbe avere.

Fu vittima per ben due volte dei processi della Santa Inquisizione: la prima come strega luterana, la seconda come recidiva, accusata di continuare ad esercitare le sue hechizerías anche dentro il carcere che l’aveva sottratta ed allontanata dalla propria comunità. Tra le accuse vi era anche quella di omicidio, ma pare – piuttosto – che avesse tentato di curare una donna in tutti i modi destinata a morire perché ammalata di un male incurabile per l’epoca.

Ma cosa faceva in concreto Julia Carta?

Il professor Pinna ci racconta con nitidezza la sua storia. Julia era una strega perché beneficiava ed elargiva talismani, medicamenti naturali e parole magiche; per di più luterana perché sosteneva che non era necessario dover confessare tutti i peccati. Il rapporto con Dio, diceva, è soprattutto fatto di relazione diretta tra noi e Lui e la comunicazione può avvenire anche personalmente, parlandogli direttamente. Dunque, autoconfessione. Il seguito è quello comune a moltissime altre donne del periodo. Torturata (addirittura mentre era incinta!) confessò le sue colpe, ammettendo addirittura di aver avuto rapporti con il diavolo.

A differenza di molti altri destini, pare che Julia Carta si sia salvata dal rogo. Dopo il 1614, di lei si perdono le tracce e non possiamo (almeno per ora) conoscere il suo destino. Il fatto, però, che non compaia il suo nome nei registri dei “giustiziati” ci fa pensare che abbia scampato la pena capitale. Per quanto riguarda il suolo sardo, infatti, le fonti storiche in nostro possesso ci raccontano di un tribunale abbastanza “mite”, tendente soprattutto a punire con la confisca dei beni, permanenze più o meno lunghe in carcere ed eventuale esilio (temporaneo o perpetuo) dai luoghi di residenza. Dal secondo processo, addirittura, si salva perché le arti oscure di cui è accusata sembrerebbero essere praticate anche da moltissime altre donne del villaggio. È ovvio, è normale. Perché le cosiddette arti oscure altro non sono che medicina popolare naturale e non si può processare tutto un villaggio, anche se una sua parte reclama “giustizia”.

Oltre alla ricostruzione biografica di Julia Carta, il libro di Pinna ci aiuta a riflettere e ri-considerare i villaggi, le comunità entro le quali avvenivano fatti come quello narrato. Nell’esempio di Julia, è proprio la comunità a muovere i fili del suo destino, in quanto padrona e divulgatrice di informazioni al parroco del villaggio, al contempo commissario dell’Inquisizione, Baltassar Serra y Manca. Informazioni e denunce che ci rendono nitido come e quanto facile fosse, a volte, vendicarsi oppure dare conseguenza concreta a sfoghi di personale invidia provata verso qualche nostro simile. Molti, infatti, sono gli esempi, in tutta Europa, del circolo nefando che si metteva in moto all’interno dei meccanismi di denuncia. Bastava un litigio, una semplice invidia o una più malevola competizione per “liberarsi” definitivamente dell’altro/a. Bastava semplicemente denunciarlo/a come eretico o come strega.

Il suo è uno studio che partendo dalla ricerca storica (le fonti sono antichi documenti raccolti a Madrid) approda all’antropologia e, nella fattispecie, all’analisi del simbolismo culturale che permea la comunità a cui Julia appartiene. La sua figura diviene lo specchio stesso del villaggio e la sua storia, mettendo a nudo i sentimenti altrui (ostili o meno), ci dà la chiave giusta per comprendere meglio i labirintici percorsi seguiti dalla Santa Inquisizione.

 

ANNO DOMINI 2012: una nuova condanna.

A distanza di circa mezzo millennio, Julia Carta ha subìto un terzo processo: storico-istituzionale-burocratico.

Dice bene Eugenia Tognotti nel suo articolo Paura dell’innocua strega di Siligo o paura delle donne? pubblicato da “La Nuova Sardegna” il 17 Maggio 2012.

Solo un anno fa, infatti, il Comune di Siligo, guidato dal sindaco Giuseppina Ledda, ha tentato di intitolare una via a Julia Carta. Lo ha fatto per ben due volte, entrambe rifiutate dalla Commissione Toponomastica.

Perché?

Perché Julia Carta era una truffatrice:

[…] un personaggio che ancora oggi potrebbe dare indicazioni sbagliare, rappresentare un cattivo esempio. Non è opportuno dare il nome a una via a chi rappresenta un giro oscuro, a una donna che è stata perseguitata anche per questo, e che non è una martire. Non ci è sembrato un personaggio che avesse un valore morale, per queste motivazioni la risposta è stata negativa.

Queste sono le parole del Presidente della Deputazione di storia patria della Sardegna che, prima di essere una carica, è una donna: Luisa D’Arienzo.

Personalmente, credo sia un ragionamento sterile quello di paragonare agli attuali maguncoli truffaldini il lavoro erboristico che faceva sì Julia ma anche tantissime altre donne del tempo. E’ normale che in ambienti poveri e contadini, dove le cure mediche erano riservate solo a ricchi e signorotti, le donne si occupassero dei parti e della produzione di pomate ed unguenti fai-da-te per cercare di alleviare dolori e malattie propri ed altrui. Quello che si dovrebbe fare, invece, è studiare e rapportarsi con la scena e il contesto con un atteggiamento più aperto, preferibilmente slegato da giudizi. Un lavoro umano, ma anche antropologico per la riscoperta e rivalutazione di quell’immenso mondo sommerso di antiche donne che condividevano e tramandavano conoscenze e capacità nella cura e nell’interpretazione dei sintomi di varie malattie.

Non è una martire? Qualsiasi cittadino/a con spirito civile, ma prima di tutto “umano”, non vorrebbe mai tortura o pena capitale come risposta a colpe commesse (ammettendo che Julia ne avesse avuta qualcuna). Dare rilievo alla storia della Carta ha un forte valore pedagogico che non può essere taciuto. Se vogliamo combattere la violenza e i crimini contro le donne con intelligenza e serietà, non possiamo esimerci dal conoscere anche quelli del passato.