antichi culti sardegna

Culto degli antenati, antichi dèi e luoghi sacri di Sardegna.

copertina

Un evento inaspettato, ma non per questo non desiderato, mi porterà a lavorare in Sardegna per circa un mese e mezzo. Sebbene si tratterà di un tipo di lavoro un po’ differente da quello che svolgo su questo blog, ho pensato che a nulla avrebbe nociuto cercare di allinearli, pur nelle loro differenze. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata quella di prepararmi a questo viaggio con una parte di studio personale (che come tale rimarrà) ed un’altra di tipo più pubblico (che qui condividerò). Entrambi partono e si muovono dallo studio del culto degli antenati, in parte già affrontato in qualche altro  post. La mia intenzione, infatti, è quella di partire con ali spiegate, ma anche e soprattutto con radici ben salde, e come farlo se non guardandomi indietro, intessendo le trame di coloro che nella vita mi hanno preceduta? Ho già cominciato a tracciare questa mappa a ritroso nel tempo della mia famiglia, ma nel momento in cui ho preso ad allargare l’orizzonte (e quindi a studiare più approfonditamente come in Sardegna questo culto si sia evoluto nel tempo) l’argomento si è espanso a dismisura: Dea Madre, antichi santuari e luoghi di potere. Entrando nel mondo di sotto, parallelamente si è aperto anche il mondo di là e mi sono stati dati tantissimi nuovi spunti di ricerca e riflessione che cercherò di portare avanti con la scrittura di diversi post tematici.

Per la prima volta, mi sono trovata ad affiancare l’archeologia all’antropologia. So bene che, per competenza, mi dovrei occupare di Antropologia Religiosa ma questo post, se intenzionato a voler essere il più corretto possibile, necessita di una breve introduzione archeologica, dato anche che gran parte di tutto quello che oggi possiamo sapere ci è dato proprio dagli scavi e dagli studi successivamente fatti. La modesta panoramica archeologica che farò può essere utile a mostrare non solo l’evoluzione della manualistica umana ma soprattutto – ed è questo che a noi interessa maggiormente – quella del pensiero dell’uomo, dello sviluppo astratto e spirituale del concetto di vita, morte ed indissolubile legame tra le due. D’altra parte, per studiare il culto degli antenati dobbiamo per forza di cose avvalerci dell’archeologia in quanto in Sardegna abbiamo costruzioni molto antiche che sono profondamente legate al culto dei morti e a quelle che dovevano essere le divinità adorate nel passato più lontano della nostra esistenza.

Cominciamo a vederle in maniera più dettagliata.

Li Muri - Arzachena

Gran parte del nord della Sardegna è disseminato di semplici circoli di pietre ripetuti più e più volte. Al loro interno, sono infilate nel terreno alte lastre in pietra. Si tratta di circoli funerari con menhir, entrambi di origine non sarda (ne abbiamo altri esempi in Liguria, regione che, non a caso, si affaccia anch’essa sulla stessa area marittima) e probabilmente importati dalla cultura megalitica europea già preesistente.

menhir

Menhir Is Pireddas – foto di Sergio Melis.

I menhir, tuttavia, non sono legati esclusivamente al mondo funerario ma anche a quello delle divinità. Nella loro estrema semplicità, infatti, sono delle vere e proprie “statue” raffiguranti divinità che presidiano e proteggono un determinato luogo. Questo potrebbe spiegare il perché siano state talvolta trovate lontano dai centri funerari, molto spesso nelle vie di transumanza, come a testimoniare la richiesta di benevolenza e protezione per il bestiame e, dunque, la sopravvivenza stessa della comunità. Interessante anche notare che si trovavano sempre nei crocicchi, nell’incrocio cioè tra più strade o sentieri.

Solo verso la metà del IV millennio a.C. cominciamo ad avere i prototipi di quelli che oggi conosciamo con il nome di Domus de Janas (letteralmente “Casa delle Fate”). I più antichi si caratterizzano per essere delle vere e proprie rocce forate nel quale inserire il defunto.

Cortoghiana

Non si tratta di sepolture di massa, ma capaci di accogliere al massimo una famiglia, certamente la più importante all’interno di un clan. La sepoltura in un luogo lavorato e raffinato era dunque un privilegio e rappresentava, di riflesso, l’importanza sociale e culturale che si voleva perpetuare anche oltre la vita stessa.

domus scavato nella roccia

Lo spazio di queste costruzioni si espande quando oltre il foro di entrata si comincia ad organizzare un ampio atrio, simbolicamente area appartenente ancora al mondo dei vivi e dove questi ultimi si muovevano e lavoravano per la preparazione dell’ultimo viaggio del defunto. Si passa al mondo dei morti quando, superato un varco (rigorosamente posto in verticale e scrupolosamente curato) nelle rocce interne circostanti si scavano ulteriori grotticelle, altri “loculi” per utilizzare un termine moderno. È solo quando il varco diventa un vero e proprio corridoio atto a collegare i due mondi, che ci troviamo di fronte ad una più chiara immagine della ritualistica. Possiamo immaginare una processione di persone in lacrime e in lamento, fumo di erbe bruciate, forse anche il sacrificio di qualche animale.

domus con corridoio esterno

Sono immagini queste che prendono vita dalla nostra immaginazione, eppure se entriamo nella tomba di Pimentel possiamo avere più dettagli pratici e meno fantasiosi. La raffinatezza estetica delle decorazioni scolpite al suo interno ci mostrano il modo che queste popolazioni avevano di intendere sia la morte che la vita e, soprattutto, il desiderio profondo di voler in qualche modo riportare in vita il defunto. Le spirali e i cerchi concentrici rappresentati alludono chiaramente alla non definitiva interruzione e spezzatura sia della linea dinastica ma, soprattutto, della vita. Fanno seriamente pensare al ripetersi e al ritorno ciclico, al ripristino delle condizioni iniziali e precedenti all’evento luttuoso.

spirali e cerchi concentrici

Stessa cosa vale per le chiocciole marine sul cui guscio la natura ha disegnato proprio una spirale. Anch’esse sono molto presenti all’interno delle tombe e quello che personalmente mi sono domandata è se in qualche modo avessero avuto il concetto di reincarnazione piuttosto che di rinascita intesa come resurrezione. In fin dei conti, il simbolo della spirale la rappresenterebbe alla perfezione.

 

Debolmente rannicchiato in posizione fetale, il defunto tiene stretta nella mano la statuina di un’opulenta Dea Madre, il cui grasso è simbolo di benessere, ricchezza, prosperità e fertilità, tutte caratteristiche utilissime al rifiorire della vita.

protome bovinaA dare la giusta vitalità al defunto per tornare in vita, presiede però anche il toro, figura molto presente in tutte le culture del Mediterraneo antico come simbolo di forza, potenza, energia e, dunque, vittoria sulla morte. Stessa funzione avevano le offerte di cibo che venivano lasciate all’interno di queste tombe. Sarebbero servite ad alimentare il defunto, farlo tornare ad essere forte come un tempo e, dunque, capace di tornare in vita. Da qui, si spiegherebbe probabilmente l’usanza, perpetuata nei secoli anche da altre popolazioni pagane, delle offerte ai defunti di cibo e bevande.

Il toro non solo è presente in tutte le tombe e non solo è portatore di una determinata simbologia. È una divinità, la divinità maschile per eccellenza. Così come la Dea Madre era legata all’acqua e alla luna, il principio maschile rappresentato dalle corna del Toro era legato al fuoco e al sole. Sole e Luna, maschile e femminile vanno dunque ad identificare due divinità opposte e complementari. Alcuni archeologi pensano che queste due divinità non sempre abbiano vissuto assieme e contemporaneamente. Secondo certi la figura maschile ha prevalicato su quella femminile (nata prima e dunque più antica), secondo altri è avvenuto il contrario. Altri ancora li vedono come “sposi”, altri addirittura come madre e figlio. Comunque siano andate le cose, rimane interessante il fatto che entrambi rappresentino il binomio perfetto da applicare nella simbologia della rinascita in quanto l’unione dell’elemento femminile con quello maschile sono fondamentali per dare origine alla vita, umana nel nostro caso.

Per quanto non sappiamo quasi nulla della loro religione, tutti gli scavi e le ricerche ci portano a credere all’esistenza di un culto profondamente legato alla natura. A quel tempo, le manifestazioni più dirette di potere e meraviglia erano inevitabilmente quelle legate all’acqua, al fuoco e agli astri (soprattutto sole e luna) e non è un caso, dunque, che le rappresentazioni artistiche e simboliche rimandino a tutto ciò. Sempre presenti, sempre strettamente legate, sempre ad indicare principi maschili e femminili in alternanza o comunione.

Nel Domus dell’Ariete di Perfugas, la figura maschile rappresentata ci fa pensare più che altro all’ariete e, a ben vedere, la forma delle corna di questo animale ricorda abbastanza quella della spirale.

domus-dell_ariete

Esistono teorie, però, che non vedono in quella che chiamiamo protome bovina la testa di un toro, bensì la rappresentazione del grembo materno.

 

utero protome

In questo modo ancora una volta abbiamo l’idea del ritorno alla madre e, a partire da questa, un invito alla rinascita.

clessidre

Nella tomba delle clessidre, la losanga è un altro importante simbolo funerario. Inoltre, nelle colonne di questo domus troviamo scolpiti dei simboli che potrebbero essere sia corna che spighe di grano, anche queste ultime simbolo di rinascita e rinnovamento come abbiamo già visto trattando il rituale di Nenniri.

spighe

Molto interessanti sono anche le decorazioni poste sia all’interno che all’esterno della tomba di Oniferi.

capovolti

Secondo lo studioso Giovanni Lilliu, sono dei capovolti, ossia dei personaggi che precipitano nel mondo dei morti: il puntino che vediamo è la testa rivolta verso il basso, mentre le lineette rappresenterebbero le braccia e le gambe. A questa interpretazione, però, manca la funzione “magica” e di buon auspicio affinché il morto possa tornare in vita e difatti nulla “invita” alla rinascita. Più interessante, a mio proposito, è invece la teoria di Pierluigi Montalbano secondo il quale le raffigurazioni ritrarrebbero delle donne partorienti. Viste effettivamente in questo modo, la vita e la rinascita possono essere ben aiutate con un’immagine che (per effetto di magia simpatica) attira e dona vita allo stesso tempo. Chi, infatti, può rappresentare la vita che viene data se non una partoriente? Stesse identiche immagini sono presenti anche nei menhir, laddove questi vengano abbelliti con disegni: capovolti o partorienti, Dea Madre, talvolta pugnali (a rappresentare che la tomba era quella di un capo clan).

I veri e propri Domus de Janas sono, per fare alcuni esempi, quelli di Abbasanta, Monastir e Oniferi. Ci si evolve architettonicamente, esteticamente e simbolicamente ma ci si dedica molto anche al luogo che sarebbe servito ad ospitare sia la tomba che il rito precedente la sepoltura. Ora la tomba è scavata su una piccola collina ritenuta sacra e gli ingressi sono lavorati in maniera più sofisticata.

Anche Montessu è un esempio molto importante essendo una vera e propria  montagna sacra che ospita un’immensa vastità di domus de janas affiancati, vari menhir e spiazzali per la celebrazione dei riti.

Sa conca ‘e mortu (ad Irgoli) è tra i domus de janas quello più suggestivo.

sa conca e mortu

Attorno alla metà del terzo millennio a.C. (piena Età del Rame) troviamo Domus de Janas non solo scolpiti, ma addirittura dipinti. Le tombe assumono l’aspetto di case, sia nella dimensione che nella cura dei particolari d’arredamento. Il solo corredo funerario sembra non essere più sufficiente e gli esseri umani si impegnano a ripristinare le condizioni che il defunto aveva avuto in vita. La roccia viene lavorata per assomigliare il più possibile ad una casa: navata centrale, predisposizione di vani per i sarcofagi, finte porte per l’aldilà o decorazioni a forma di colonna, focolari scolpiti nella roccia e formati all’interno da più cerchi concentrici. Secondo alcuni archeologi non si tratterebbe di punti fissati nella roccia per accendere dei fuochi votivi, bensì solo semplici rappresentazioni dell’acqua e dei suoi movimenti. Qualunque sia l’esatta interpretazione, a noi rimane interessante il fatto che sia che sia fuoco, sia che sia acqua, sempre uno dei due elementi rimane a calcare il mondo dei defunti.

spirali in ocra rossa

Il colore principalmente utilizzato è l’ocra rossa, raramente il blu. Come colore del sangue, e dunque della vita, l’ocra rossa veniva usata non solo per cospargere la tomba ma anche il defunto. La volontà di ricerca della rinascita è ossessiva.

Con il trascorrere del tempo, assume importanza anche la cura estetica ed architettonica della facciata esterna, soprattutto la parte in alto e all’entrata delle tombe. Per alcuni a venir rappresentata è la volta celeste che poggia sulla terra dei vivi e sotto la quale risiede il mondo dei morti; per altri rappresenterebbe lo spazio della Dea Madre che sovrintende alla sepoltura. Nella parte superiore della volta di Andriolu (a Porto Torres), così com’è nella Tomba dei Giganti,  appaiono tre fori, all’interno dei quali ci sono tre piccoli menhir detti pettili (Triade Pettilica) che possono essere maschili, femminili oppure entrambi. Le ipotesi, ma sono solo ipotesi, dicono che potrebbero rappresentare il ciclo della vita (nascita, morte e rinascita).

Come possiamo ben vedere, nulla è dato per certo e ci troviamo a navigare tra tantissime ipotesi. La semplicità delle immagini riinvia a molteplici interpretazioni simboliche, ognuna validissima a seconda del nostro orientamento intellettuale, culturale e/o spirituale. Quando vediamo tutte le immagini scolpite all’interno delle tombe, siamo noi ad essere portati a riscoprire (o a dare) un significato metafisico a queste, ma nulla toglie che si sarebbe potuto trattare benissimo anche di semplici rappresentazioni che volessero copiare in tutto e per tutto certe strutture architettoniche delle case dei vivi per riprodurle e riconsegnarle alle nuove abitazioni dei defunti. Detto in altro modo: così è la casa dei vivi, così sarà la casa dei morti; la seconda a perfetta immagine e somiglianza della prima. Per farli sentire ancora a casa, non lontani, al sicuro fra tutto ciò che conoscevano ed utilizzavano in vita.

Quello di mantenere il legame con chi non è più in vita è un bisogno primario dell’essere umano, non solamente in un senso di amorevole sentimentalismo ma anche in termini più sofisticati e tecnici. Gli antenati, infatti, sono – prima di tutto – coloro che ci hanno preceduto e, prima di noi, hanno esplorato, compreso e tramandato la conoscenza utile per sopravvivere. Il legame da mantenere, dunque, è anche tradizione e sua trasmissione: apprendiamo dai loro successi ed errori affinché la nostra vita si migliori ulteriormente e, a nostra volta, apportiamo delle evoluzioni da tramandare successivamente a chi verrà dopo di noi. In questo l’archeologia ci aiuta a legare passato, presente e futuro. Nascita, morte e ritorno.

 

FONTI.

LILLIU, Giovanni, Arte e religione della Sardegna prenuragica, Delfino Carlo Editore, 1999.

Quotidiano di Archeologia”, a cura di Pierluigi Montalbano.

Annunci

TAMMUZ E IL SACRIFICIO DI PRIMAVERA.

green man

 

Tammuz è una divinità babilonese, corrispondente al sumero Dumuzi/Dumuzid, in alcuni testi indicato come dio pastore, in altri come dio pescatore. Poiché il suo nome significa “figlio legittimo dell’Abisso” e tale Abisso era proprio Ea (dio dell’acqua e della sapienza), si presuppone che sia più veritiera l’indicazione di dio pescatore. Pur tuttavia, questa teoria viene smentita da A. Falkenstein poiché, come mostra il suo più comune epiteto, Sipad (Pastore), Tammuz si presenta essenzialmente come divinità pastorale. Il rinforzo ci è dato da sua madre, la dea Duttur (comunemente personificata come una pecora), nonché dalle due varianti con cui si era soliti designare il dio: Amaga (in riferimento al latte materno) e Ululu (letteralmente, moltiplicatore di foraggio). Il suo potere, dunque, sembra abbracciare tutto ciò che di fondamentale è per la pastorizia: crescita dell’erba per i pascoli, salute nei giovani agnelli e abbondanza di latte tanto per i cuccioli degli animali quanto per gli esseri umani.

Quando il culto di Tammuz si estese nell’Assiria (attorno al II e I millennio a.C.) le sue proprietà divine mutarono e da un culto prettamente pastorale si passò ad identificarlo interamente con una divinità strettamente legata all’agricoltura e alla vegetazione in generale. Il suo potere si incentrò nel grano, soprattutto nella sua fase morente, ossia quando macinato al punto da dare alimento agli uomini. In tale condizione, venne ulteriormente indicato come figlio del sole (Shamash).

Come consorte della grande Dea Madre, incarnazione delle energie riproduttive della natura (conosciuta nelle sue varianti come Inanna, Ishtar, Astarte) il suo  è un mito che vede il continuo avvicendarsi di morte e resurrezione, volte entrambe a simboleggiare il periodico rigenerarsi della vegetazione primaverile. Tant’è vera quest’ultima affermazione, che a tale divinità venne addirittura dedicato un mese (mese di Tammuz per l’appunto, corrispondente al sesto dell’anno, stagione estiva). A partire dal solstizio d’estate, infatti, in tutto l’Antico Vicino Oriente prendeva avvio un periodo di lutto, corrispondente all’accorciarsi delle giornate che, presso tali popolazioni, veniva spiegato nella morte del dio. Per sei giorni veniva a lui dedicato un vero e proprio funerale. Durante tali riti funebri, veniva rappresentata in forma drammatica la morte del dio, la discesa della dea negli inferi per aiutarlo e, infine, il suo ritorno trionfante nella terra dei vivi. Grano e altre piante venivano gettate nell’acqua del mare o dei fiumi per simboleggiare il suo viaggio nell’altromondo. Il pianto delle donne che formavano il corteo riecheggiava quello disperato della dea sua amante affinché il morto potesse tornare a rigenerare vita sulla terra. La sua morte, infatti, non era definitiva ma solo transitoria e le popolazioni piangevano sì la sua scomparsa, ma con la fiducia nel cuore di un suo futuro ritorno. Dumuzi/Tammuz, infatti, è un dio risorto, ma non l’unico nell’antica mitologia (abbiamo altri esempi nell’egizio Osiride, nell’Adonio fenicio e persino nel Dioniso che salva la madre Semele dagli inferi).

Molti testi antichi (soprattutto poemi pastorali) raccontano dell’amore tra Dumuzi e Inanna (Ishtar, nei testi accadici). Testi rinvenuti, come La discesa della dea Ishtar nel Sottomondo di M. Jastrow (1915), raccontano di come la dea si fosse recata nel mondo degli Inferi per soccorrere il suo amato scomparso. Tuttavia, la storia cambia in quei testi scoperti più recentemente (1963) dove, al contrario, Inanna si reca nel Kur (il sottomondo), governato da sua sorella Ereshkigal, con l’unico intento di reclamarlo come proprio regno. Attraversando sette cancelli, dove di fronte ad ognuno le viene chiesto in cambio un ornamento o un indumento, giunge alla fine del suo viaggio e, completamente nuda, si siede sul trono della sorella. Severamente giudicata dagli Anunnaki, viene appesa ad un gancio. Aiutata dalla sua ancella Ninshubur e dal dio Enki, Inanna riesce a sopravvivere grazie alla legge della conservazione delle anime, la quale prevede un sostituto per la sua posizione nel Kur. Riesce ad individuare costui proprio in Dumuzi/Tammuz, il quale – nel frattempo, a causa dell’assenza di lei – si era impadronito del suo regno. Scaraventato nel Kur, il dio abbandona il mondo di sopra e, solo in un secondo tempo e solo grazie all’aiuto di sua sorella, riesce  di tanto in tanto ad uscirne. Infatti, mossa da compassione per il dolore provato dalla sorella del dio, Inanna comincia a pentirsi e a concordare un equilibrio fra le parti: per metà dell’anno Dumuzi sarà fuori dal Kur e sua sorella prenderà il suo posto.

Ne Il ramo d’oro, opera per ampia parte dedicata al mito  di Tammuz, J.G. Frazer sottolinea come, proprio con questo mito, Dumuzi/Tammuz si presenti come vera e propria personificazione della vita vegetale ed animale che cessa alla fine dell’estate per rinascere in primavera, in quanto il suo avvicendarsi tra il mondo di sopra e il mondo di sotto corrisponde proprio al cambio delle stagioni: abbondanza quando è presente, assenza di produttività vegetativa quando invece si trova nel Kur. Quando vivo e presente nel piano da noi conosciuto ed abitato, egli è il grano nel pieno della sua produttività, la vegetazione rigogliosa ma anche il corso d’acqua benefico ed apportatore di vita e crescita (sole e acqua in perfetto equilibrio ed armonia feconda, per ricollegarci alla genealogia di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo).

Negli inni sumeri viene esaltato al suo ritorno, pianto alla sua scomparsa, lodato nel suo sacrificio perché proprio da quest’ultimo avrà continuità l’infinito ciclo di morte e rinascita della natura:  giacché “regolatore” dell’alternarsi delle stagioni, è il dio della fertilità e a lui è collegata la germinazione delle piante. Tutto il suo potere si concentra e si libera in primavera. Pur tuttavia, fermarsi al solo aspetto di divinità della vegetazione sarebbe riduttivo in quanto egli è considerato anche un dio della salute (soprattutto della longevità) e, dunque, della vita tutta e intera e, per tale motivo, detentore e distributore della saggezza: è il signore della vita, un risanatore e, invocato dagli ammalati, anche un medico. Saggio come un anziano, forte e fertile come un giovane.

A Tammuz erano associate due feste annuali: una celebrata nel tardo inverno (approssimativamente nei mesi di febbraio-marzo), l’altra in primavera (marzo-aprile, sebbene nel VII secolo a.C. in Assiria avvenisse attorno ai mesi di Giugno-Luglio).  Nella prima veniva “teatralmente” celebrato il suo matrimonio con la dea Innanna: il re in carica, assumendo l’identità del dio, incontrava carnalmente una sacerdotessa atta a rappresentare umanamente la dea. Dal loro incontro, umano e divino al tempo stesso, avrebbe goduto anche la natura stessa, fertilizzata e fecondata per tutto l’anno a venire. Al contrario, nella seconda festività si piangeva, e contemporaneamente si glorificava, la sua morte.

Quando è fuori dagli inferi la sua dimora è l’Ariete, mentre i simboli che lo rappresentano sono la spiga di grano e il Tau (originariamente simbolo egizio pagano e solo successivamente adottato da un gruppo di cristiani stanziatisi in Egitto e definiti copti).

Dalla sua semplicità della forma, la croce è stata utilizzata sia come simbolo religioso che come ornamento, dagli albori della civiltà dell’uomo. In quasi ogni parte del Vecchio Mondo sono stati rinvenuti oggetti contraddistinti dal simbolo della croce, risalenti a periodi molto anteriori all’era cristiana. India, Siria, Persia. L’uso della croce come simbolo religioso in epoca pre-cristiana, e tra i popoli non cristiani, può probabilmente essere considerato quasi universale e in moltissimi casi era collegato con qualche forma di culto della natura.

Enciclopedia Britannica, 11° ed., 1910, vol.7, p.506.

croce tau È dunque attestata l’esistenza di simboli a forma di croce già in epoca pre-cristiana. Tra le più riscontrabili abbiamo, per l’appunto, proprio il Tau, il cui nome deriva dalla somiglianza con la lettera maiuscola greca tau, e la svastica o fylfot, chiamata anche gammadion per via della somiglianza all’unione di quattro lettere gamma maiuscole greche [ibid.]

Lo storico Alexander Hislop connette l’antico culto di Tammuz con i culti misterici babilonesi di Nimrod, Semiramide ed Horus, loro figlio illegittimo. Al contempo, ci fa notare che il simbolo della lettera T babilonese era †, identico alle croci cristiane. Pertanto, questo tipo di croce era anche il simbolo del dio Tammuz:

Il Tau mistico era segnato sulla fronte degli iniziati ai Misteri […] Quasi non esiste tribù pagana in cui non sia stato rinvenuto il simbolo della croce, il quale è la Tau, “†”, il segno della croce, il segno indiscutibile di Tammuz […]

Le Due Babilonie (1959), pp. 198-199 e 204-205.

croce ansata

 

 

La sua variante è l’antico geroglifico egizio della vita (lo Ankh) che altro non è se non una croce Tau sormontata da un anello.

 

Per Tammuz, l’essere un dio risorto, ma soprattutto una divinità della fertilità in generale e della vegetazione in particolare, ha reso più semplice la diffusione del suo culto in gran parte dell’area mediterranea, fino a sovrapporsi o fondersi con altre divinità simili presenti altrove. Pur tuttavia, l’Adone fenicio di Byblos, quello siriano e quello degli Aramei di Ḥarrān, il Telipinush ittita e l’Osiride egizio mostrano solo alcune affinità con il dio mesopotamico. Per riscontrare similitudini più marcate, bisogna avvicinarsi un po’ di più  a “casa nostra”, in Grecia, dove prese il nome di Adone. Qui, con molta probabilità, l’innesto è avvenuto su culti autoctoni già esistenti, i quali mostravano similitudini piuttosto evidenti e che avevano come “soggetto” un nume della vegetazione.  Anche in quest’altro caso, però, è al dio Tammuz babilonese ed assiro che mancano quei tratti che, invece, sono fondamentali nel mito occidentale di Adone (come, ad esempio, la sua uccisione da parte di un animale).

Il mitologo Fornuto riscontra il profondo legame tra Adone ed Ammone, secondo alcuni identificabile in Dioniso (a sua volta dio che rappresenta il potere vivificante insito nella natura stessa); secondo altri (Diodoro Siculo) padre di Dioniso e, per tale motivo, custode della natura e della fecondità in generale.

Cosa c’entra questa divinità e tutta la mitologia ad Egli dedicata con le nostre tipiche ricerche? Lo scopriremo nel prossimo post, giacché – come ben si sa – per conoscersi meglio, il più delle volte è necessario osservare gli altri, vicini e lontani.

 

FONTI:

BUTTITTA, E., La memoria lunga: simboli e riti nella religiosità tradizionale, Meltemi, 2002.

GRIMAL, Pierre, Enciclopedia dei miti, Garzanti, 1997.

FURLANI, G., La religione babilonese e assira, I, Bologna, 1928.

FRAZER, James, The golden bough: a study in magic and religion, Hertfordshire, Wordsworth, 1993.

KRAMER, Samuel Noah, WOLKSTEIN, Diane, Inanna: Queen of Heaven and Earth, New York, Harper & Row, 1983.