calendario sardo

SEMENTI, PICCOLE ANIME E LUMICINI.

Ritrovarsi con i defunti e i cicli della terra.

sardegna foto d'epoca

Perché in diverse tradizioni (fuori e dentro l’isola) le date, o perlomeno il periodo, coincidono? Perché i morti dovrebbero tornare sulla terra precisamente in questo momento? Perché dovrebbero restarvi sino al prossimo solstizio, quello cioè invernale? Credo se lo siano domandato già in molti e la mia, probabilmente, sarà solo una voce in più nel coro.

Perché questa forte somiglianza? Rischierei di cadere nella fantascienza in cui già alcuni sono piombati, oltrepassando ed alterando la cosiddetta ricerca.

Quello che posso fare, mantenendomi il più possibile vicino alla logica delle fonti e del ragionamento basato su queste, è osservare che entrambe le culture (quella celtica e quella sarda, senza però essere le uniche) si basavano sui cicli agrari e, se ben torniamo ad osservare il calendario che abbiamo già studiato, possiamo sin da subito accorgerci che il periodo preso in questione (chiamiamolo fine Ottobre/inizio Novembre, ma solo per intenderlo meglio) corrisponde ad un particolare momento del cosiddetto anno agricolo. Ci troviamo in pieno autunno e, come ben si sa, le ore di buio corrispondono, nel numero, a quelle di luce. Un perfetto equilibrio, dunque, se non fosse per il fatto che tutto in natura in realtà si sta preparando all’arrivo dell’inverno, la stagione che consideriamo meno produttiva di tutto l’anno. Considerazione data dall’osservazione degli alberi spogli, dei terreni coperti dalla neve, dagli animali stessi che non figliano. Si tratta però solo di qualcosa di illusorio perché, in realtà, la natura è tutto un fermento sotterraneo, una preparazione all’esplosione che avverrà in primavera. Non facilmente, certo, perché stiamo parlando anche di una stagione insidiosa e pericolosa, e questo lo vive su mano chiunque coltivi almeno un po’.

E’ qui che entra in gioco la sottigliezza di quel velo che divide il mondo dei vivi da quello dei morti. Essa si fa più fine e le dimensioni possono quasi arrivare a toccarsi, se non addirittura a fondersi. Compito dei vivi diviene, allora, quello di accogliere i propri antenati nel migliore dei modi: temendoli ma – soprattutto – celebrandoli, il che vuol dire ricordarli e rifuggire dall’oblio di quella presenza che fu e che, nonostante tutto, continua ancora ad essere. Ciò che è stato non scompare mai totalmente, questo è il messaggio. Qualcosa rimane non solo attraverso e per mezzo di noi che, in tutti i modi, ne manteniamo in vita discendenza biologica e culturale. Qualcosa rimane anche attraverso quanto testa e cuore, ragione e sentimento nostri emettono verso l’esterno o l’interno di noi stessi (ricordare già vuol dire compiere questo profondissimo lavoro su di sé e sugli altri).

Nell’anno agricolo, questo particolare momento corrisponde ad uno di fondamentale importanza: la semina e i legumi che un tempo abbondavano sulle tavole altro non sono che semi, semi in grado di trattenere la vita, perpetuarla, anche quando apparentemente questa sembra averli abbandonati. Accogliere il ritorno dei defunti, preparare il cibo e, al tempo stesso, consumarlo, vuol dire farsi partecipi di questo infinito ciclo di morte e rinascita, anche cibandosi dei semi stessi. L’alimentazione tipica del povero diviene, dunque, un vero e proprio tesoro, colmo di ricchezza simbolica e spirituale tanto per il vivo quanto per il morto, il quale – si dice – si alimenterà del senso di eternità trasmesso dal cibo, o attraverso il suo odore o per mezzo della persona stessa che se ne ciberà. Il cibo, così, da simbolo di vita si tramuta in forte collante d’aggregazione ed elemento principale di rigenerazione.

foto d'epoca sardegna

Morte e vita, dunque, nella simbologia e nella pratica vera e propria di questo particolare momento dell’anno agricolo. Un connubio complementare che prosegue fino al solstizio d’inverno, quando i morti abbandoneranno questa dimensione, il velo tornerà ad ispessirsi e il sole a “rinascere”, promettendo i frutti e l’abbondanza che solo la nuova e rigogliosa stagione primaverile potrà definitivamente portare.

Abbiamo, poi, già visto altrove che anche qui da noi i bambini si (tra)vestono con vecchi stracci per elemosinare, di casa in casa, qualche offerta per le piccole anime del Purgatorio, quelle che non solo loro stessi impersonificano ma quelle, soprattutto, che dovrebbero più che altre vagare per le nostre terre durante questi giorni speciali. Che il Purgatorio sia un’invenzione medievale lo sappiamo tutti; che la festa di Ognissanti e dei Morti sia una sovrapposizione voluta dalla Chiesa Cattolica per “cancellare” antichi rituali pagani si sa un po’ meno. Allo stesso modo, in alcune zone della Sardegna (soprattutto in Barbagia, dove, più che altrove, le usanze si sono mantenute nel tempo molto più fedelmente) assistiamo all’esposizione di zucche intagliate ed “illuminate” da lumicini posti al loro interno (Conca ‘e mortu). Tutto ciò rimanda ad un antichissimo rito praticato sia in Sardegna che in Corsica (probabilmente in epoca nuragica, così vien detto) e che, per l’appunto, consisteva nell’esposizione di crani sottratti alle sepolture con il solo fine di far piovere. La zucca intagliata altro non fa che richiamarne chiaramente le fattezze.

Come possiamo chiaramente vedere (e non solo con questa festa), qualcosa che è posto alla base o sullo sfondo, rimane sempre e comunque. I colori primari possono essere mescolati per dar vita ai secondari, ma la matrice – se si conoscono la materia e le tecniche – è sempre lì, ben presente all’occhio accorto del pittore e del fruitore dell’opera.

 

FONTI

AA.VV. , Pani: tradizioni e prospettive della panificazione in Sardegna, Ilisso, Nuoro, 2005.

CALVIA, G., Credenze e superstizioni popolari, Forni, Bologna, 1893.

Sardegna in blog

Il Calendario parlante.

Dimmi come pronunci i mesi dell’anno e ti dirò chi sei.

L’identità, che sia di una singola persona o di un’intera collettività, è data dagli intrecci – casuali o voluti – della sua storia personale o, nel secondo caso, colletiva. Con il lavoro di questo mese voglio cercare di rintracciarne un po’ per mezzo della lingua. E, poiché Gennaio è il mese che apre le porte al nuovo anno, ho intenzione di utilizzare il calendario.

Le varianti linguistiche, lungo tutta l’isola, non sono poche; i nomi dei mesi sono leggermente diversi (o nella pronuncia o nella grafia), ma, fatta questa doverosa precisazione, possiamo dire che, nonostante queste varianti, il discorso che porteremo avanti può applicarsi un po’ a tutte.

Cominciamo, prestando attenzione ai nomi con cui il sardo chiama i singoli mesi dell’anno:

GENNÀRGIU (ma anche Gennarxu, Jannarju, Bennalzu, Bennarzu, Ennalzu) per Gennaio;

FRIÀRGIU (Freàrgiu, Friarxu, Frealzu, Frearzu) per Febbraio;

MARTZU (Maltu, Martu/Marthu) per Marzo;

ABRILI (Arbili, Abrile/Aprile) per Aprile;

MAJU per Maggio;

MES’ E LÀMPADAS per Giugno;

MES’ E ARGIOLAS (Orgiolas , Mes’e Trìulas, Trìvulas, Mes’e su Cramu) per il mese di Luglio;

AUSTU/AGUSTU per Agosto;

CABUDANNI (ma anche, nelle sue varianti, Cabidanni e Cabudanne; Appidanni nel dialetto della Mamoiada) per Settembre;

MES’ E LADÀMINI (Santuaine/Santumiale, Santu Gavini) per Ottobre;

ONNIASANTU/DONNIASSANTU (Santandria, Mes’ e de Santu Sadurru, Mese de sos mortos) per Novembre;

MES’ E IDAS (Nadali, Nadabi, Nadale, Mes’ e Paschixedda) per l’ultimo, Dicembre.

 

Trascurate le g che si trasformano o meno in j, in x o in z; le i in a e viceversa; le l in r, le p in b; trascurati anche gli interscambi t/z (tutta materia inerente la cosiddetta Grammatica Storica), voglio soffermarmi su altri tre aspetti che meritano di essere evidenziati e approfonditi.

 1. 

Innanzitutto,  c’è da dire che abbiamo cominciato col trascrivere il calendario sardo in maniera errata.

Infatti, anche in Sardegna, così come avviene in tutte quelle altre zone rurali profondamente legate all’agricoltura, il calendario è associato al ciclo dei lavori nei campi.  Il nuovo anno, pertanto, non ha inizio con il mese di Gennaio, bensì con quello di Settembre – chiamato in quasi tutte le varianti in modo abbastanza simile: Cabudanni, Cabidanni, Cabudanne (dal latino caput anni, inizio dell’anno). Con la fine dell’estate, infatti, abbiamo la raccolta ultima dei prodotti della terra, l’inizio della produzione delle conserve per l’inverno e, nuovamente, la preparazione del terreno per la semina e il ritorno della fioritura in primavera-estate.

Cabudanni, inoltre, come vero e proprio Capodanno agrario, era il mese in cui si “stilavano i contratti”, ossia avvenivano i cosiddetti akordos agricoli, marinari e di guerra. Sembra, infatti, che i sardi non possedessero culturalmente il  concetto di servitù, ma solo di “contratto” da svolgere nel migliore dei modi nei confronti del committente e per poi, una volta scaduto il termine temporale, tornare ad essere nuovamente liberi.

annosardo

Seguendo questo ciclo, ne ritroviamo la logica anche nei mesi di Ottobre, Dicembre e Luglio.

Il mese di Ottobre, nel sud della Sardegna, è chiamato Mes’ e Ladàmini, dove ladàmini altro non è che il concime e, non a caso, tale mese corrisponde proprio al periodo dell’anno agricolo in cui i terreni vengono concimati per la semina che avviene nel successivo mese di Novembre.

Dicembre è chiamato in svariati e differenti modi: Mes’e Idas è quello che, per il momento, ci interessa. Questo nome richiama la denominazione latina delle idi (nome del quindicesimo giorno del mese di marzo, maggio, luglio e ottobre, e il tredicesimo in tutti gli altri). Sebbene questa sia la teoria portata avanti dalla buona maggioranza dei linguisti, si pensa anche che il termine idas possa essere legato alla radice indo-europea idh, dalla quale deriverebbero il termine sanscrito edhas (legna da ardere) e il verbo greco aitho (accendere, ardere, splendere). Anche nella lingua tedesca e gaelica questa radice è alla base di alcuni termini che indicano il fuoco e l’atto del bruciare. Se si accetta per buono questo ragionamento, è probabile che idas indichi proprio l’usanza dell’accensione dei fuochi (o del cosiddetto “ceppo domestico”, ancora presente in molte parti del Mediterraneo, soprattutto in Catalogna col nome di Tío de Nadal) per produrre il calore necessario per sopravvivere al sopraggiungere dell’inverno e, nel senso religioso, per festeggiare la conclusione della parte oscura dell’anno e la rinascita di quella più luminosa (riconducibile al solstizio d’inverno).

Mes’ e Argiolas, Orgiolas, e Mes’ e Trìulas sono i nomi associati al mese di Luglio ed entrambi richiamano i lavori agricoli legati al ciclo del grano: s’argiola è l’aia, mentre il verbo triulai significa trebbiare.

2.

Da quanto appena analizzato, passiamo al secondo aspetto grazie al mese di Ottobre e agli altri due nomi con cui è conosciuto: Santuaine/Santumiale che si riferiscono all’importantissima festa di San Gavino Martire, festeggiata il 25 del mese.

Anche nei nomi con cui è chiamato Novembre abbiamo dei chiarissimi riferimenti alle festività cattoliche, in particolare a quelle che cadono nel mese che le ospita. Come  abbiamo già visto altroveOnniasantu e Donniassantu sono diretti richiami alla festa di Ognissanti, mentre Santandria  si riferisce a quella dell’omonimo santo che cade, ugualmente, alla fine del mese. Conosciuto anche come Mes’ e de Santu Sadurru (altro importante santo celebrato durante questo periodo dell’anno), Novembre è, infine, Mese de sos mortos per la festa dedicata ai morti.

Nadali, Nadabi e Nadale, con cui è chiamato Dicembre, sono dei palesi richiami fonetici al Natale cattolico. Ma c’è di più.

Spostandoci nel  Campidano, questo mese è conosciuto come Mes’ e Paschixedda che, a sua volta, nomina anche la stessa festività natalizia. In lingua sarda, infatti, il Natale è chiamato in due modi:  Pasca de Nadale e Paschixedda.

La parola chiave in comune è pasca (festa); dunque – traducendo – avremmo “Festa di Natale” e “Piccola Festa”, quest’ultima in chiara contrapposizione con la “Grande Festa” (Pasca Manna) che è nient’altro che la Pasqua cristiana che cade in primavera. Siamo di fronte a due rinascite-resurrezioni: una di portata più piccola e un’altra di portata maggiore. Inevitabile, il collegamento con il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera e, ancora, il rimando a quanto su detto circa l’accensione dei fuochi. In particolare, nel mese di Dicembre tre principali santi (Santa Barbara il quattro, San Nicola il sei e Santa Lucia il tredici) hanno in comune l’accesione di un falò, quasi un preannuncio dell’importantissimo falò di Sant’Antonio Abate (Sant’Antoni de su fogu) nel successivo Gennaio.

Infine, anche i mesi estivi di Giugno e Luglio portano nei loro nomi riferimenti a santi e festività. Giugno è il Mes’ e Làmpadas, dove le làmpadas (o làntias) sono le lampade, le lanterne e le luci in generale che venivano accese in occasione di una delle più importanti ricorrenze sarde: la festa di San Giovanni. Luglio, invece, oltre che avere nomi legati al ciclo del grano, è chiamato anche Mes’e su Cramu, con un chiaro richiamo alla festività della Madonna del Carmine.

 3. 

L’ultimo aspetto lo dedichiamo all’analisi dei nomi dei mesi esclusi fino ad ora: Gennaio, Febbraio, Marzo, Aprile, Maggio ed Agosto, i quali hanno mantenuto una chiaro richiamo alla loro derivazione latina.

Analizzando questa derivazione, possiamo notare che è riconducibile alle antiche divinità: Giano per Gennaio (Januarius); Marte, ovviamente per Marzo; Aprul (dea etrusca) per Aprile. Anche Maggio, corrispondente al Majus latino, rispetta la sua antica dedica alla dea madre italica simbolo di prosperità e abbondanza e persino Agosto richiama l’Augustus latino, il mese dedicato all’imperatore Ottaviano Augusto che, com’era uso tra i romani, era uomo e divinità allo stesso tempo.

Una storia lunga almeno un millennio e un’eredità culturale che possono essere lette mensilmente nella maniera in cui vengono chiamati i mesi dell’anno. Questo ci mostra il calendario, ricordandoci i popoli che sono passati per l’isola e i culti che vi hanno trasmesso. Tra tutto questo emerge, come risultato di una filatura ed un’intreccio lunghi secoli e secoli, l’identità stessa degli abitanti dell’isola: sardi, fenici, cartaginesi, piemontesi, pagani, cattolici, agricoltori e pastori.

 

FILASTROCCHE PER RICORDARE IL NOME DEI MESI.

La tradizione orale ci ha trasmessso alcune imbalas (filastrocche) dedicate ai mesi dell’anno. La più famosa è quella intitolata “Sa pintura de sos meses”, diffusa principalmente nel centro Sardegna.

Sant’Andria est a murrunzu / ca at brigadu cun Nadale,
ki no bi keret andare / ca fàket dies minore.
Bennarzu cun sos pastores / brìgat dònnia temporada,
Frearzu iuket in cara / unu cavanile nou,
Martu nde ‘ètat a prou / sos àrbores da-e sa roca,
Abrile bene si pòrtat / ki nos bètat sos lentores,
e da’ Mayu sos frores / Làmpadas e Trìulas trigu,
Austu pàret nimigu / pro sole iscallentadu,
e Capidanni est torradu / cun s’arriu e figumurisca,
ja Santu ‘Aini infrìscat / e ja proet s’Atunzu…
Sant’Andria est a murrunzu.

Vi sono moltissime altre filastrocche il cui tema principale sono i mesi dell’anno, gli auguri per quello nuovo e la ciclicità generale della natura: “Sa cantzoni de is mesis” (conosciuta anche con il titolo di “A sa noa”), solo per citarne un’altra molto famosa e la cui particolarità è quella di comprendere alcuni proverbi che possono essere citati anche singolarmente:

Gennarxu est passau, nì nieddu nì braxu mi nd’at tocau.
Friaxu, su pilloni prenit su scraxu.
Martzu. Ki bisi ki fàciu unda, piga sa scova e munda…
ki non accarraxu su surcu, strexidindi su bruncu.
Abrili, tòrrat lèpori a cuili.
Maju sentz’e soli, nì bagaria sentz’e amori.
A Làmpadas kini no podit messai, spìgat.
Mes’e Argiolas depidori, Austu pagdori.
Cabudanni. In s’àiri is brebeis, àcua fintzas a is peis.
Mes’e Ladàmini. Po santu Simoni dònnia tapu bàndat a su cuponi.
Donniasantu. Po santu Martinu in dònnia carrada est prontu su binu.
Mes’e Idas. Intr’e dias mannas e festas nodias nci acàbanta de passai is cidas.
A Sa Noa! – Deus bòllat!

L’ultima che voglio lasciarvi e “S’imbala de is mesis”, una filastrocca del sud:

Gennàrgiu, mort’e frius / est sètziu peis a fogu
Friàrgiu in dònnia logu / sighit a fai is arrius.
Martzu cun is bentus / Abrili cun is froris
e Maju fait cuntentus / bestiàmini e pastoris.
Làmpadas giai cumèntzat / a si spremi su sudori
e Mes’e Triulas pènsat / a incungiai trigu e lori.
Austu bellu s’infrìscat / a sìndria i a meloni,
e pàpat figumurisca / Cabudanni buddoni.
Ladàmini cun is binennas / est in grandu fatiga
e Donniassantu bùfat / binu nou a crocoriga!
Mes’e Idas cuntentu / adòrat a su Messia,
ma a foras tìrat bentu / proit e fàit titia!