divinità primaverili

TAMMUZ E IL SACRIFICIO DI PRIMAVERA.

green man

 

Tammuz è una divinità babilonese, corrispondente al sumero Dumuzi/Dumuzid, in alcuni testi indicato come dio pastore, in altri come dio pescatore. Poiché il suo nome significa “figlio legittimo dell’Abisso” e tale Abisso era proprio Ea (dio dell’acqua e della sapienza), si presuppone che sia più veritiera l’indicazione di dio pescatore. Pur tuttavia, questa teoria viene smentita da A. Falkenstein poiché, come mostra il suo più comune epiteto, Sipad (Pastore), Tammuz si presenta essenzialmente come divinità pastorale. Il rinforzo ci è dato da sua madre, la dea Duttur (comunemente personificata come una pecora), nonché dalle due varianti con cui si era soliti designare il dio: Amaga (in riferimento al latte materno) e Ululu (letteralmente, moltiplicatore di foraggio). Il suo potere, dunque, sembra abbracciare tutto ciò che di fondamentale è per la pastorizia: crescita dell’erba per i pascoli, salute nei giovani agnelli e abbondanza di latte tanto per i cuccioli degli animali quanto per gli esseri umani.

Quando il culto di Tammuz si estese nell’Assiria (attorno al II e I millennio a.C.) le sue proprietà divine mutarono e da un culto prettamente pastorale si passò ad identificarlo interamente con una divinità strettamente legata all’agricoltura e alla vegetazione in generale. Il suo potere si incentrò nel grano, soprattutto nella sua fase morente, ossia quando macinato al punto da dare alimento agli uomini. In tale condizione, venne ulteriormente indicato come figlio del sole (Shamash).

Come consorte della grande Dea Madre, incarnazione delle energie riproduttive della natura (conosciuta nelle sue varianti come Inanna, Ishtar, Astarte) il suo  è un mito che vede il continuo avvicendarsi di morte e resurrezione, volte entrambe a simboleggiare il periodico rigenerarsi della vegetazione primaverile. Tant’è vera quest’ultima affermazione, che a tale divinità venne addirittura dedicato un mese (mese di Tammuz per l’appunto, corrispondente al sesto dell’anno, stagione estiva). A partire dal solstizio d’estate, infatti, in tutto l’Antico Vicino Oriente prendeva avvio un periodo di lutto, corrispondente all’accorciarsi delle giornate che, presso tali popolazioni, veniva spiegato nella morte del dio. Per sei giorni veniva a lui dedicato un vero e proprio funerale. Durante tali riti funebri, veniva rappresentata in forma drammatica la morte del dio, la discesa della dea negli inferi per aiutarlo e, infine, il suo ritorno trionfante nella terra dei vivi. Grano e altre piante venivano gettate nell’acqua del mare o dei fiumi per simboleggiare il suo viaggio nell’altromondo. Il pianto delle donne che formavano il corteo riecheggiava quello disperato della dea sua amante affinché il morto potesse tornare a rigenerare vita sulla terra. La sua morte, infatti, non era definitiva ma solo transitoria e le popolazioni piangevano sì la sua scomparsa, ma con la fiducia nel cuore di un suo futuro ritorno. Dumuzi/Tammuz, infatti, è un dio risorto, ma non l’unico nell’antica mitologia (abbiamo altri esempi nell’egizio Osiride, nell’Adonio fenicio e persino nel Dioniso che salva la madre Semele dagli inferi).

Molti testi antichi (soprattutto poemi pastorali) raccontano dell’amore tra Dumuzi e Inanna (Ishtar, nei testi accadici). Testi rinvenuti, come La discesa della dea Ishtar nel Sottomondo di M. Jastrow (1915), raccontano di come la dea si fosse recata nel mondo degli Inferi per soccorrere il suo amato scomparso. Tuttavia, la storia cambia in quei testi scoperti più recentemente (1963) dove, al contrario, Inanna si reca nel Kur (il sottomondo), governato da sua sorella Ereshkigal, con l’unico intento di reclamarlo come proprio regno. Attraversando sette cancelli, dove di fronte ad ognuno le viene chiesto in cambio un ornamento o un indumento, giunge alla fine del suo viaggio e, completamente nuda, si siede sul trono della sorella. Severamente giudicata dagli Anunnaki, viene appesa ad un gancio. Aiutata dalla sua ancella Ninshubur e dal dio Enki, Inanna riesce a sopravvivere grazie alla legge della conservazione delle anime, la quale prevede un sostituto per la sua posizione nel Kur. Riesce ad individuare costui proprio in Dumuzi/Tammuz, il quale – nel frattempo, a causa dell’assenza di lei – si era impadronito del suo regno. Scaraventato nel Kur, il dio abbandona il mondo di sopra e, solo in un secondo tempo e solo grazie all’aiuto di sua sorella, riesce  di tanto in tanto ad uscirne. Infatti, mossa da compassione per il dolore provato dalla sorella del dio, Inanna comincia a pentirsi e a concordare un equilibrio fra le parti: per metà dell’anno Dumuzi sarà fuori dal Kur e sua sorella prenderà il suo posto.

Ne Il ramo d’oro, opera per ampia parte dedicata al mito  di Tammuz, J.G. Frazer sottolinea come, proprio con questo mito, Dumuzi/Tammuz si presenti come vera e propria personificazione della vita vegetale ed animale che cessa alla fine dell’estate per rinascere in primavera, in quanto il suo avvicendarsi tra il mondo di sopra e il mondo di sotto corrisponde proprio al cambio delle stagioni: abbondanza quando è presente, assenza di produttività vegetativa quando invece si trova nel Kur. Quando vivo e presente nel piano da noi conosciuto ed abitato, egli è il grano nel pieno della sua produttività, la vegetazione rigogliosa ma anche il corso d’acqua benefico ed apportatore di vita e crescita (sole e acqua in perfetto equilibrio ed armonia feconda, per ricollegarci alla genealogia di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo).

Negli inni sumeri viene esaltato al suo ritorno, pianto alla sua scomparsa, lodato nel suo sacrificio perché proprio da quest’ultimo avrà continuità l’infinito ciclo di morte e rinascita della natura:  giacché “regolatore” dell’alternarsi delle stagioni, è il dio della fertilità e a lui è collegata la germinazione delle piante. Tutto il suo potere si concentra e si libera in primavera. Pur tuttavia, fermarsi al solo aspetto di divinità della vegetazione sarebbe riduttivo in quanto egli è considerato anche un dio della salute (soprattutto della longevità) e, dunque, della vita tutta e intera e, per tale motivo, detentore e distributore della saggezza: è il signore della vita, un risanatore e, invocato dagli ammalati, anche un medico. Saggio come un anziano, forte e fertile come un giovane.

A Tammuz erano associate due feste annuali: una celebrata nel tardo inverno (approssimativamente nei mesi di febbraio-marzo), l’altra in primavera (marzo-aprile, sebbene nel VII secolo a.C. in Assiria avvenisse attorno ai mesi di Giugno-Luglio).  Nella prima veniva “teatralmente” celebrato il suo matrimonio con la dea Innanna: il re in carica, assumendo l’identità del dio, incontrava carnalmente una sacerdotessa atta a rappresentare umanamente la dea. Dal loro incontro, umano e divino al tempo stesso, avrebbe goduto anche la natura stessa, fertilizzata e fecondata per tutto l’anno a venire. Al contrario, nella seconda festività si piangeva, e contemporaneamente si glorificava, la sua morte.

Quando è fuori dagli inferi la sua dimora è l’Ariete, mentre i simboli che lo rappresentano sono la spiga di grano e il Tau (originariamente simbolo egizio pagano e solo successivamente adottato da un gruppo di cristiani stanziatisi in Egitto e definiti copti).

Dalla sua semplicità della forma, la croce è stata utilizzata sia come simbolo religioso che come ornamento, dagli albori della civiltà dell’uomo. In quasi ogni parte del Vecchio Mondo sono stati rinvenuti oggetti contraddistinti dal simbolo della croce, risalenti a periodi molto anteriori all’era cristiana. India, Siria, Persia. L’uso della croce come simbolo religioso in epoca pre-cristiana, e tra i popoli non cristiani, può probabilmente essere considerato quasi universale e in moltissimi casi era collegato con qualche forma di culto della natura.

Enciclopedia Britannica, 11° ed., 1910, vol.7, p.506.

croce tau È dunque attestata l’esistenza di simboli a forma di croce già in epoca pre-cristiana. Tra le più riscontrabili abbiamo, per l’appunto, proprio il Tau, il cui nome deriva dalla somiglianza con la lettera maiuscola greca tau, e la svastica o fylfot, chiamata anche gammadion per via della somiglianza all’unione di quattro lettere gamma maiuscole greche [ibid.]

Lo storico Alexander Hislop connette l’antico culto di Tammuz con i culti misterici babilonesi di Nimrod, Semiramide ed Horus, loro figlio illegittimo. Al contempo, ci fa notare che il simbolo della lettera T babilonese era †, identico alle croci cristiane. Pertanto, questo tipo di croce era anche il simbolo del dio Tammuz:

Il Tau mistico era segnato sulla fronte degli iniziati ai Misteri […] Quasi non esiste tribù pagana in cui non sia stato rinvenuto il simbolo della croce, il quale è la Tau, “†”, il segno della croce, il segno indiscutibile di Tammuz […]

Le Due Babilonie (1959), pp. 198-199 e 204-205.

croce ansata

 

 

La sua variante è l’antico geroglifico egizio della vita (lo Ankh) che altro non è se non una croce Tau sormontata da un anello.

 

Per Tammuz, l’essere un dio risorto, ma soprattutto una divinità della fertilità in generale e della vegetazione in particolare, ha reso più semplice la diffusione del suo culto in gran parte dell’area mediterranea, fino a sovrapporsi o fondersi con altre divinità simili presenti altrove. Pur tuttavia, l’Adone fenicio di Byblos, quello siriano e quello degli Aramei di Ḥarrān, il Telipinush ittita e l’Osiride egizio mostrano solo alcune affinità con il dio mesopotamico. Per riscontrare similitudini più marcate, bisogna avvicinarsi un po’ di più  a “casa nostra”, in Grecia, dove prese il nome di Adone. Qui, con molta probabilità, l’innesto è avvenuto su culti autoctoni già esistenti, i quali mostravano similitudini piuttosto evidenti e che avevano come “soggetto” un nume della vegetazione.  Anche in quest’altro caso, però, è al dio Tammuz babilonese ed assiro che mancano quei tratti che, invece, sono fondamentali nel mito occidentale di Adone (come, ad esempio, la sua uccisione da parte di un animale).

Il mitologo Fornuto riscontra il profondo legame tra Adone ed Ammone, secondo alcuni identificabile in Dioniso (a sua volta dio che rappresenta il potere vivificante insito nella natura stessa); secondo altri (Diodoro Siculo) padre di Dioniso e, per tale motivo, custode della natura e della fecondità in generale.

Cosa c’entra questa divinità e tutta la mitologia ad Egli dedicata con le nostre tipiche ricerche? Lo scopriremo nel prossimo post, giacché – come ben si sa – per conoscersi meglio, il più delle volte è necessario osservare gli altri, vicini e lontani.

 

FONTI:

BUTTITTA, E., La memoria lunga: simboli e riti nella religiosità tradizionale, Meltemi, 2002.

GRIMAL, Pierre, Enciclopedia dei miti, Garzanti, 1997.

FURLANI, G., La religione babilonese e assira, I, Bologna, 1928.

FRAZER, James, The golden bough: a study in magic and religion, Hertfordshire, Wordsworth, 1993.

KRAMER, Samuel Noah, WOLKSTEIN, Diane, Inanna: Queen of Heaven and Earth, New York, Harper & Row, 1983.