protome bovina sardegna

Culto degli antenati, antichi dèi e luoghi sacri di Sardegna.

copertina

Un evento inaspettato, ma non per questo non desiderato, mi porterà a lavorare in Sardegna per circa un mese e mezzo. Sebbene si tratterà di un tipo di lavoro un po’ differente da quello che svolgo su questo blog, ho pensato che a nulla avrebbe nociuto cercare di allinearli, pur nelle loro differenze. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata quella di prepararmi a questo viaggio con una parte di studio personale (che come tale rimarrà) ed un’altra di tipo più pubblico (che qui condividerò). Entrambi partono e si muovono dallo studio del culto degli antenati, in parte già affrontato in qualche altro  post. La mia intenzione, infatti, è quella di partire con ali spiegate, ma anche e soprattutto con radici ben salde, e come farlo se non guardandomi indietro, intessendo le trame di coloro che nella vita mi hanno preceduta? Ho già cominciato a tracciare questa mappa a ritroso nel tempo della mia famiglia, ma nel momento in cui ho preso ad allargare l’orizzonte (e quindi a studiare più approfonditamente come in Sardegna questo culto si sia evoluto nel tempo) l’argomento si è espanso a dismisura: Dea Madre, antichi santuari e luoghi di potere. Entrando nel mondo di sotto, parallelamente si è aperto anche il mondo di là e mi sono stati dati tantissimi nuovi spunti di ricerca e riflessione che cercherò di portare avanti con la scrittura di diversi post tematici.

Per la prima volta, mi sono trovata ad affiancare l’archeologia all’antropologia. So bene che, per competenza, mi dovrei occupare di Antropologia Religiosa ma questo post, se intenzionato a voler essere il più corretto possibile, necessita di una breve introduzione archeologica, dato anche che gran parte di tutto quello che oggi possiamo sapere ci è dato proprio dagli scavi e dagli studi successivamente fatti. La modesta panoramica archeologica che farò può essere utile a mostrare non solo l’evoluzione della manualistica umana ma soprattutto – ed è questo che a noi interessa maggiormente – quella del pensiero dell’uomo, dello sviluppo astratto e spirituale del concetto di vita, morte ed indissolubile legame tra le due. D’altra parte, per studiare il culto degli antenati dobbiamo per forza di cose avvalerci dell’archeologia in quanto in Sardegna abbiamo costruzioni molto antiche che sono profondamente legate al culto dei morti e a quelle che dovevano essere le divinità adorate nel passato più lontano della nostra esistenza.

Cominciamo a vederle in maniera più dettagliata.

Li Muri - Arzachena

Gran parte del nord della Sardegna è disseminato di semplici circoli di pietre ripetuti più e più volte. Al loro interno, sono infilate nel terreno alte lastre in pietra. Si tratta di circoli funerari con menhir, entrambi di origine non sarda (ne abbiamo altri esempi in Liguria, regione che, non a caso, si affaccia anch’essa sulla stessa area marittima) e probabilmente importati dalla cultura megalitica europea già preesistente.

menhir

Menhir Is Pireddas – foto di Sergio Melis.

I menhir, tuttavia, non sono legati esclusivamente al mondo funerario ma anche a quello delle divinità. Nella loro estrema semplicità, infatti, sono delle vere e proprie “statue” raffiguranti divinità che presidiano e proteggono un determinato luogo. Questo potrebbe spiegare il perché siano state talvolta trovate lontano dai centri funerari, molto spesso nelle vie di transumanza, come a testimoniare la richiesta di benevolenza e protezione per il bestiame e, dunque, la sopravvivenza stessa della comunità. Interessante anche notare che si trovavano sempre nei crocicchi, nell’incrocio cioè tra più strade o sentieri.

Solo verso la metà del IV millennio a.C. cominciamo ad avere i prototipi di quelli che oggi conosciamo con il nome di Domus de Janas (letteralmente “Casa delle Fate”). I più antichi si caratterizzano per essere delle vere e proprie rocce forate nel quale inserire il defunto.

Cortoghiana

Non si tratta di sepolture di massa, ma capaci di accogliere al massimo una famiglia, certamente la più importante all’interno di un clan. La sepoltura in un luogo lavorato e raffinato era dunque un privilegio e rappresentava, di riflesso, l’importanza sociale e culturale che si voleva perpetuare anche oltre la vita stessa.

domus scavato nella roccia

Lo spazio di queste costruzioni si espande quando oltre il foro di entrata si comincia ad organizzare un ampio atrio, simbolicamente area appartenente ancora al mondo dei vivi e dove questi ultimi si muovevano e lavoravano per la preparazione dell’ultimo viaggio del defunto. Si passa al mondo dei morti quando, superato un varco (rigorosamente posto in verticale e scrupolosamente curato) nelle rocce interne circostanti si scavano ulteriori grotticelle, altri “loculi” per utilizzare un termine moderno. È solo quando il varco diventa un vero e proprio corridoio atto a collegare i due mondi, che ci troviamo di fronte ad una più chiara immagine della ritualistica. Possiamo immaginare una processione di persone in lacrime e in lamento, fumo di erbe bruciate, forse anche il sacrificio di qualche animale.

domus con corridoio esterno

Sono immagini queste che prendono vita dalla nostra immaginazione, eppure se entriamo nella tomba di Pimentel possiamo avere più dettagli pratici e meno fantasiosi. La raffinatezza estetica delle decorazioni scolpite al suo interno ci mostrano il modo che queste popolazioni avevano di intendere sia la morte che la vita e, soprattutto, il desiderio profondo di voler in qualche modo riportare in vita il defunto. Le spirali e i cerchi concentrici rappresentati alludono chiaramente alla non definitiva interruzione e spezzatura sia della linea dinastica ma, soprattutto, della vita. Fanno seriamente pensare al ripetersi e al ritorno ciclico, al ripristino delle condizioni iniziali e precedenti all’evento luttuoso.

spirali e cerchi concentrici

Stessa cosa vale per le chiocciole marine sul cui guscio la natura ha disegnato proprio una spirale. Anch’esse sono molto presenti all’interno delle tombe e quello che personalmente mi sono domandata è se in qualche modo avessero avuto il concetto di reincarnazione piuttosto che di rinascita intesa come resurrezione. In fin dei conti, il simbolo della spirale la rappresenterebbe alla perfezione.

 

Debolmente rannicchiato in posizione fetale, il defunto tiene stretta nella mano la statuina di un’opulenta Dea Madre, il cui grasso è simbolo di benessere, ricchezza, prosperità e fertilità, tutte caratteristiche utilissime al rifiorire della vita.

protome bovinaA dare la giusta vitalità al defunto per tornare in vita, presiede però anche il toro, figura molto presente in tutte le culture del Mediterraneo antico come simbolo di forza, potenza, energia e, dunque, vittoria sulla morte. Stessa funzione avevano le offerte di cibo che venivano lasciate all’interno di queste tombe. Sarebbero servite ad alimentare il defunto, farlo tornare ad essere forte come un tempo e, dunque, capace di tornare in vita. Da qui, si spiegherebbe probabilmente l’usanza, perpetuata nei secoli anche da altre popolazioni pagane, delle offerte ai defunti di cibo e bevande.

Il toro non solo è presente in tutte le tombe e non solo è portatore di una determinata simbologia. È una divinità, la divinità maschile per eccellenza. Così come la Dea Madre era legata all’acqua e alla luna, il principio maschile rappresentato dalle corna del Toro era legato al fuoco e al sole. Sole e Luna, maschile e femminile vanno dunque ad identificare due divinità opposte e complementari. Alcuni archeologi pensano che queste due divinità non sempre abbiano vissuto assieme e contemporaneamente. Secondo certi la figura maschile ha prevalicato su quella femminile (nata prima e dunque più antica), secondo altri è avvenuto il contrario. Altri ancora li vedono come “sposi”, altri addirittura come madre e figlio. Comunque siano andate le cose, rimane interessante il fatto che entrambi rappresentino il binomio perfetto da applicare nella simbologia della rinascita in quanto l’unione dell’elemento femminile con quello maschile sono fondamentali per dare origine alla vita, umana nel nostro caso.

Per quanto non sappiamo quasi nulla della loro religione, tutti gli scavi e le ricerche ci portano a credere all’esistenza di un culto profondamente legato alla natura. A quel tempo, le manifestazioni più dirette di potere e meraviglia erano inevitabilmente quelle legate all’acqua, al fuoco e agli astri (soprattutto sole e luna) e non è un caso, dunque, che le rappresentazioni artistiche e simboliche rimandino a tutto ciò. Sempre presenti, sempre strettamente legate, sempre ad indicare principi maschili e femminili in alternanza o comunione.

Nel Domus dell’Ariete di Perfugas, la figura maschile rappresentata ci fa pensare più che altro all’ariete e, a ben vedere, la forma delle corna di questo animale ricorda abbastanza quella della spirale.

domus-dell_ariete

Esistono teorie, però, che non vedono in quella che chiamiamo protome bovina la testa di un toro, bensì la rappresentazione del grembo materno.

 

utero protome

In questo modo ancora una volta abbiamo l’idea del ritorno alla madre e, a partire da questa, un invito alla rinascita.

clessidre

Nella tomba delle clessidre, la losanga è un altro importante simbolo funerario. Inoltre, nelle colonne di questo domus troviamo scolpiti dei simboli che potrebbero essere sia corna che spighe di grano, anche queste ultime simbolo di rinascita e rinnovamento come abbiamo già visto trattando il rituale di Nenniri.

spighe

Molto interessanti sono anche le decorazioni poste sia all’interno che all’esterno della tomba di Oniferi.

capovolti

Secondo lo studioso Giovanni Lilliu, sono dei capovolti, ossia dei personaggi che precipitano nel mondo dei morti: il puntino che vediamo è la testa rivolta verso il basso, mentre le lineette rappresenterebbero le braccia e le gambe. A questa interpretazione, però, manca la funzione “magica” e di buon auspicio affinché il morto possa tornare in vita e difatti nulla “invita” alla rinascita. Più interessante, a mio proposito, è invece la teoria di Pierluigi Montalbano secondo il quale le raffigurazioni ritrarrebbero delle donne partorienti. Viste effettivamente in questo modo, la vita e la rinascita possono essere ben aiutate con un’immagine che (per effetto di magia simpatica) attira e dona vita allo stesso tempo. Chi, infatti, può rappresentare la vita che viene data se non una partoriente? Stesse identiche immagini sono presenti anche nei menhir, laddove questi vengano abbelliti con disegni: capovolti o partorienti, Dea Madre, talvolta pugnali (a rappresentare che la tomba era quella di un capo clan).

I veri e propri Domus de Janas sono, per fare alcuni esempi, quelli di Abbasanta, Monastir e Oniferi. Ci si evolve architettonicamente, esteticamente e simbolicamente ma ci si dedica molto anche al luogo che sarebbe servito ad ospitare sia la tomba che il rito precedente la sepoltura. Ora la tomba è scavata su una piccola collina ritenuta sacra e gli ingressi sono lavorati in maniera più sofisticata.

Anche Montessu è un esempio molto importante essendo una vera e propria  montagna sacra che ospita un’immensa vastità di domus de janas affiancati, vari menhir e spiazzali per la celebrazione dei riti.

Sa conca ‘e mortu (ad Irgoli) è tra i domus de janas quello più suggestivo.

sa conca e mortu

Attorno alla metà del terzo millennio a.C. (piena Età del Rame) troviamo Domus de Janas non solo scolpiti, ma addirittura dipinti. Le tombe assumono l’aspetto di case, sia nella dimensione che nella cura dei particolari d’arredamento. Il solo corredo funerario sembra non essere più sufficiente e gli esseri umani si impegnano a ripristinare le condizioni che il defunto aveva avuto in vita. La roccia viene lavorata per assomigliare il più possibile ad una casa: navata centrale, predisposizione di vani per i sarcofagi, finte porte per l’aldilà o decorazioni a forma di colonna, focolari scolpiti nella roccia e formati all’interno da più cerchi concentrici. Secondo alcuni archeologi non si tratterebbe di punti fissati nella roccia per accendere dei fuochi votivi, bensì solo semplici rappresentazioni dell’acqua e dei suoi movimenti. Qualunque sia l’esatta interpretazione, a noi rimane interessante il fatto che sia che sia fuoco, sia che sia acqua, sempre uno dei due elementi rimane a calcare il mondo dei defunti.

spirali in ocra rossa

Il colore principalmente utilizzato è l’ocra rossa, raramente il blu. Come colore del sangue, e dunque della vita, l’ocra rossa veniva usata non solo per cospargere la tomba ma anche il defunto. La volontà di ricerca della rinascita è ossessiva.

Con il trascorrere del tempo, assume importanza anche la cura estetica ed architettonica della facciata esterna, soprattutto la parte in alto e all’entrata delle tombe. Per alcuni a venir rappresentata è la volta celeste che poggia sulla terra dei vivi e sotto la quale risiede il mondo dei morti; per altri rappresenterebbe lo spazio della Dea Madre che sovrintende alla sepoltura. Nella parte superiore della volta di Andriolu (a Porto Torres), così com’è nella Tomba dei Giganti,  appaiono tre fori, all’interno dei quali ci sono tre piccoli menhir detti pettili (Triade Pettilica) che possono essere maschili, femminili oppure entrambi. Le ipotesi, ma sono solo ipotesi, dicono che potrebbero rappresentare il ciclo della vita (nascita, morte e rinascita).

Come possiamo ben vedere, nulla è dato per certo e ci troviamo a navigare tra tantissime ipotesi. La semplicità delle immagini riinvia a molteplici interpretazioni simboliche, ognuna validissima a seconda del nostro orientamento intellettuale, culturale e/o spirituale. Quando vediamo tutte le immagini scolpite all’interno delle tombe, siamo noi ad essere portati a riscoprire (o a dare) un significato metafisico a queste, ma nulla toglie che si sarebbe potuto trattare benissimo anche di semplici rappresentazioni che volessero copiare in tutto e per tutto certe strutture architettoniche delle case dei vivi per riprodurle e riconsegnarle alle nuove abitazioni dei defunti. Detto in altro modo: così è la casa dei vivi, così sarà la casa dei morti; la seconda a perfetta immagine e somiglianza della prima. Per farli sentire ancora a casa, non lontani, al sicuro fra tutto ciò che conoscevano ed utilizzavano in vita.

Quello di mantenere il legame con chi non è più in vita è un bisogno primario dell’essere umano, non solamente in un senso di amorevole sentimentalismo ma anche in termini più sofisticati e tecnici. Gli antenati, infatti, sono – prima di tutto – coloro che ci hanno preceduto e, prima di noi, hanno esplorato, compreso e tramandato la conoscenza utile per sopravvivere. Il legame da mantenere, dunque, è anche tradizione e sua trasmissione: apprendiamo dai loro successi ed errori affinché la nostra vita si migliori ulteriormente e, a nostra volta, apportiamo delle evoluzioni da tramandare successivamente a chi verrà dopo di noi. In questo l’archeologia ci aiuta a legare passato, presente e futuro. Nascita, morte e ritorno.

 

FONTI.

LILLIU, Giovanni, Arte e religione della Sardegna prenuragica, Delfino Carlo Editore, 1999.

Quotidiano di Archeologia”, a cura di Pierluigi Montalbano.

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IL SOLE È VITA.

sardegna solstizio inverno

CENNI SUL SOLSTIZIO D’INVERNO IN SARDEGNA.

Fino a non molto tempo fa, passeggiando per le vie di un qualche paese della Sardegna in prossimità delle feste natalizie, si sarebbe udito – più che un “Buon Natale!” – un augurio del tipo: bonas festas, bonas pascas, bonas paschixedda. Già, perché nell’isola esistono almeno tre “pasque”: la Paschixedda (o Pasca de Nadale), appunto per il Natale; la Pasca de is/sos tres res/reis per l’Epifanaia e la Pasca Manna, per il periodo con cui, un po’ ovunque, è conosciuta la Pasqua cristiana. Paschixedda, in particolar modo, è un nome che proviene dal Campidanese e che sta a significare “piccola festa”. Piccola, sì, ma in confronto a cosa? Alla pasca manna, la grande festa, quella che – all’interno del calendario religioso – dovrebbe avere maggiore importanza su tutte le altre. Tale “confusione” (se così ci è permesso chiamarla) indica una reminescenza della dominazione spagnola, in quanto sia in castigliano che in catalano la parola “pasqua” veniva (e viene tuttora) usata per indicare altre festività religiose. In Cile, ad esempio, indica il giorno della nascita di Gesù (il Natale) e il giorno di Pasqua è pertanto indicato come Domingo de Resurrección.

FARE LUCE SU PAROLE E TRADIZIONI.

La parola pasqua rimanda a tutta una terminologia strettamente connessa al concetto di “festa”, tant’è che ne usiamo il senso anche nelle espressioni più comuni e popolari: esser felici come una pasqua, dare una mala pasqua (augurare la cattiva riuscita di una festa).

Leggendo attentamente l’Antico Testamento si può facilmente tracciare lo sviluppo che questa festa ha avuto lungo il corso della storia religiosa ebraica. Concepita inizialmente (si pensa a tempi antichissimi) come una festa primaverile, legata al mondo e alla vita dei pastori, è divenuta – a partire dall’Esodo – un rito commemorativo legato alla liberazione dalla schiavitù d’Egitto.

Prima di questo evento, la si festeggiava all’interno del nucleo familiare, nella notte di plenilunio e in concomitanza con l’equinozio primaverile (periodo, non a caso, chiamato abib, “mese delle spighe”). Al dio veniva offerto un giovane animale (un agnello o un capretto maschio perfetto in ogni sua parte) che, una volta sacrificato, avrebbe attirato le benedizioni divine sull’intero gregge.

Distinta per le origini, di dubbia provenienza se dal mondo agricolo o nomade ma comunque collegata per data alla Pasqua, vi è poi un’altra festa tipica del popolo ebraico: quella degli Azzimi, o rito dei pani non fermentati, spesso compagna dell’offerta delle primizie della messe. Eliminando il lievito ormai vecchio, si attua un vero e proprio rito di purificazione, nonché di rinnovamento annuale. All’uscita dall’Egitto sembra che gli Israeliti abbiano unito questo rito che ben simboleggia la fretta della fuga, sebbene le due feste risultino a volte distinte (Lev 23,5-8; cfr. Esd 6,19-22; 2Cr 35,17), altre volte confuse (Dt 16,1-8; 2Cr 30,1-13).

Dopo l’esodo, la primavera da festeggiare si trasforma, fino a diventare una primavera del tutto nuova: quella, cioè, che coincide con la libertà e il possesso di una terra. Da prettamente familiare e nomade, inoltre, comincia ad assumere una dimensione più centralizzata, poiché il luogo unico ed esclusivo in cui celebrarla diventa il Tempio di Gerusalemme. A partire da questo preciso momento, tutto avviene al suo interno, anche il sacrificio dell’animale, e il popolo è tenuto a festeggiarla non più in maniera privata ma, potremmo dire, “pubblica” e solenne.

In seguito, nel cristianesimo la Pasqua assume il significato di “passaggio dalla morte alla vita”, una vita del tutto “nuova” perché coincidente con una “rinascita”. Ciò che si festeggia, infatti, è la resurrezione, cosa questa che non implica semplicemente il rinascere dopo la morte ma, più che altro, la liberazione da ogni peccato per mezzo del sacrificio. È qui che entra in gioco il termine greco antico patein (παθείν, pàthos) in quanto inerente alla passione: Cristo (agnello di Dio) si immola per l’uomo, liberandolo dal peccato originale e riscattando così la sua natura corrotta. L’Eucarestia, che il cristiano vive ogni domenica, altro non è che una Pasqua rinnovata e che pone le basi proprio sull’ultima cena di Gesù con gli apostoli, dove il suo corpo e il suo sangue hanno anticipato il sacrificio per donarsi agli altri. Nella Pasqua cristiana, il passaggio dalla morte alla vita è rappresentata dal passaggio dai vizi alle virtù e la resurrezione è un passaggio alla vera vita, quella autentica: pulita, giusta, armoniosa, ma che ancora attende la seconda venuta che condurrà alla completezza del tutto. La vita eterna, la resurrezione dopo la morte che attende tutti in un giorno futuro predicato dal Cristo, diviene la nuova Terra Promessa verso cui i credenti camminano ogni giorno della loro vita terrena, umana e mortale. Con la creazione del calendario religioso cristiano, la Pasqua diviene la festa più importante, in quanto strettamente legata anche al battesimo, il “passaggio” per eccellenza.

Nel 325 d.C. il Concilio di Nicea stabilisce che la Pasqua debba venir celebrata la prima domenica dopo la luna piena immediatamente successiva all’equinozio di primavera. Nel 525, si definisce il rigoroso lasso di tempo in cui la festività deve “cadere”: fra il 22 marzo e il 25 aprile. In questo modo, la festa sarà sempre e comunque “fuori” dai rigori invernali per essere pienamente e concretamente un giorno di luce ininterrotta, in cui la luna piena, nell’equinozio, subentra di continuo alla luce del sole a segnalare un giorno senza tramonto, simboleggiando altresì la rinascita del mondo a primavera. Il buio e la sterilità dell’inverno (paragonati al peccato e alla morte) verranno “sconfitti” da una nuova creazione capace di coinvolgere non più solamente l’uomo, ma anche la natura intera.

VECCHIE MADRI PER RINNOVATI FIGLI.

In base a quanto detto sinora, risulta evidente quanto anche il solstizio d’inverno rappresenti l’uscita dal periodo buio dell’anno (inaugurato, secondo il calendario astronomico, più o meno a partire dal mese di Novembre, dove le giornate si fanno indubbiamente più corte) per promettere una luce che andrà, via via, sempre in crescendo e, dunque, anche una futura rinascita (intesa in termini di vita botanica) che si avrà, in tutta la sua completezza, nella primavera a venire.

Il festeggiare la nascita di Colui che porterà liberazione e rinascita è un atto che, come dimostrato un po’ da diversi studi antropologici e storico-religiosi, è andato sovrapponendosi ad altri tipi di festeggiamenti, molto più antichi e sparsi per tutto il continente europeo. È risaputo infatti che, prima dell’avvento del cristianesimo, questo particolare periodo dell’anno veniva accompagnato da determinati festeggiamenti in cui si onorava il “rinascere” del sole e, con lui, l’intero ciclo della natura e della fertilità. Le giornate che cominciano ad allungarsi erano segno che il freddo e la sterilità avrebbero presto cominciato a cedere il passo alla primavera e a tutti i suoi frutti. Gli antichi Egizi festeggiavano la nascita del dio Horus, i Greci quella del dio Dioniso, mentre i Romani celebravano Saturno, il dio dell’agricoltura e, tipico dei festeggiamenti a quest’ultimo, era addirittura lo scambio di doni.

Non è un caso che fuochi e falò da sempre sono stati le caratteristiche simboliche di questa festività, soprattutto nell’Europa del nord dove la luce è minore rispetto al Mediterraneo. Entrambi “incentivavano”, in un certo senso, la rinascita del sole, caratterizzato da un dio-figlio di Madre Terra che, nel suo futuro sviluppo, avrebbe portato abbondanza e prosperità. Già nel Paleolitico, il dio solare comincia a subire la metamorfosi in un dio dalle fattezze umane, in carne ed ossa che nasce, cresce, muore e … rinasce ogni anno e che, altro non è, che il simbolo sacro del ciclo agricolo. Le luci dei fuochi hanno il compito di invocare la luce naturale e la luce della natura (il sole) è l’anima stessa del mondo. Dalla sua “rinascita” dipende tutta la nostra vita e sopravvivenza.

In Sardegna, affianco al concetto della rinascita della luce (e, dunque, della vita stessa), il solstizio d’inverno è legato anche alla simbologia della forza taurina. Questo è quanto gli archeoastronomi (*) da anni stanno tentando di studiare osservando quanto avviene in differenti costruzioni del passato remoto della Sardegna.

Solo per citare alcuni esempi, nel tempio ipogeico di Sant’Andrea Priu (3500 a.C.) il giorno del solstizio d’inverno, verso le ore 15.00, i raggi del sole toccano dapprima l’ingresso del tempio fino, poco alla volta, dirigersi fino all’ultima delle tre stanze interne dove toccano, infine, la “falsa porta” posta in fondo all’ultima parete, custode di tombe antichissime. Più che a “false porte”, altre teorie credono in forcelle rovesciate che rimanderebbero, a loro volta, alla simbologia dei tori capovolti (simbolo della morte). In questo modo, il sole che entra va a colpire proprio questa simbologia con lo scopo “astratto” di ridare vigore ed energia affinché la ripresa della vita sia assicurata. Oltre a ciò, anche un altro aspetto va a dover essere preso in cosiderazione: il sole (elemento maschile) penetra nella domus (elemento femminile che richiama la luna-terra-utero) e, così fecondandola, dà – ogni anno – principio ad una nuova vita.

Nel nuraghe Santa Barbara di Villanova Truschedu, invece, è possibile – durante il medesimo momento astronomico – vedere proiettata, su una parete, la testa di toro.

Gli esempi da citare sono moltissimi ed alcuni non riguardano nemmeno costruzioni di tipo architettonico. Nella marina di San Vero Milis (OR), ad esempio, a “Sa Mesa Longa” abbiamo la testa di un toro scolpita nella roccia che, nel giorno del solstizio d’inverno, si ritrova perfettamente orientata al sole nascente.

toro di luce solstizio inverno sardegna

Foto del GRS (Gruppo Ricerche Sardegna).

Il solstizio d’inverno è, dunque, un archetipo di invocazione alla Grande Madre del mondo: la terra. La rinascita della terra, a sua volta, è strettamente legata agli antichi culti femminili e materni, profondamente connessi alla fertilità e alla gravidanza. Per questo, la festività è connessa alla nascita.

Per concludere, ricollegandoci al termine “pasqua”, cos’è il solstizio d’inverno se non una rinascita, potremmo dire: una resurrezione? Perlomeno come anticipo a quanto avverrà successivamente con l’esplosione della primavera e, dunque, della vita nella sua forma più completa – anche in senso cristiano –.

(*) L’archeoastronomia ricerca e tenta di spiegare il significato e l’orientamento astronomico di alcune costruzioni del passato. In Sardegna si concentra principalmente sullo studio del Pozzo di Santa Cristina, delle Domus de Janas, delle Tombe dei Giganti e del nuraghe Santu Antine. Secondo le loro osservazioni, tali costruzioni avrebbero in comune l’orientamento verso l’alba del solstizio d’inverno.

 

FONTI:  

 Pasqua, in Vocabolario Treccani on line.

Pasqua, in Enciclopedie Treccani on line.

BONNARD Pierre-Émile, “Pasqua”, in LÉON-DUFOUR Xavier (a cura di), Dizionario di Teologia Biblica, Marietti, Casale Monferrato, 1971, pp. 855-862.

Primi Secoli – Il mondo delle origini cristiane, Anno II – n.3 gennaio 1999, Città Nuova.

ZEDDA Silverio, SIFFRIN Pietro, “Pasqua”, in PASCHINI Pio (a cura di), Enciclopedia Cattolica, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, Città del Vaticano, 12 voll., 1948-1954, vol. IX, 1952, pp. 894-901.